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“Burro” è un disco che, a sei anni dalla sua prima pubblicazione, torna a farsi ascoltare con una consapevolezza diversa. Non soltanto perché nel frattempo i Vendrame hanno pubblicato “Barz8 – I grandi successi Vol. II”, ma perché oggi è possibile riconoscere in quelle otto tracce la matrice di un progetto che avrebbe continuato a sviluppare la propria idea di musica attraverso teatro, satira, personaggi e una certa allergia alle definizioni.

Il “malcomplesso” è già tutto qui: una materia fatta di frustrazioni, ambizioni, desideri, assurdità quotidiane e personaggi che sembrano usciti da una realtà deformata appena quanto basta per diventare più riconoscibile di quella vera. I Vendrame non cercano la compattezza stilistica e nemmeno sembrano particolarmente interessati a costruire un ascolto rassicurante. “Burro” procede per deviazioni, intuizioni e contaminazioni, con quella che loro stessi definiscono “Supercazzola progressive”: una formula ironica che però descrive abbastanza bene la libertà con cui il disco si muove tra linguaggi differenti.

A rendere particolare il riascolto è proprio la distanza temporale. “Burro” conserva inevitabilmente alcuni segni del momento in cui è nato, ma non suona come un reperto da archiviare. Al contrario, molte delle sue intuizioni acquistano un significato ulteriore alla luce di ciò che i Vendrame hanno costruito successivamente. La componente teatrale, oggi molto più evidente nella dimensione live, appare già come una possibilità contenuta nella scrittura e nei personaggi del disco.

“Postalmarket” è forse uno degli esempi più immediati di questa capacità di prendere un riferimento concreto e trasformarlo in qualcosa di più ampio: il catalogo diventa un punto d’osservazione sul desiderio, sul consumo e sul rapporto con se stessi, creando un cortocircuito tra un immaginario analogico e un presente nel quale anche l’intimità sembra passare attraverso uno schermo.

Riascoltato oggi, “Burro” non ha quindi bisogno di fingersi un disco nuovo. La sua forza sta anche nei suoi difetti, nelle imperfezioni che i Vendrame stessi riconoscono e che fanno parte della storia del progetto. La rimasterizzazione non cancella quella dimensione: la mette nuovamente in circolo, trasformando una ripubblicazione apparentemente anacronistica in una nuova “vendramata”.

E forse è proprio questo il punto. In un panorama musicale sempre più abituato a consumare velocemente ciò che è appena uscito, tornare indietro di sei anni può sembrare una contraddizione. Per i Vendrame, invece, diventa perfettamente coerente: “Burro” non torna perché il passato abbia improvvisamente bisogno di essere celebrato, ma perché il loro “malcomplesso” continua a trovare nuovi modi per prendere in giro anche il modo in cui la musica viene ascoltata, promossa e dimenticata.