Ci sono dischi che cercano di dare risposte e altri che preferiscono lasciare aperte le domande. “Se vale la pena”, album d’esordio di Cecilia Baliva & Balivas, appartiene alla seconda categoria: non pretende di spiegare la vita, ma prova ad attraversarla.
Il punto di partenza è semplice e forse proprio per questo potente: vale la pena esserci, anche quando fa paura. Da questa domanda prende forma un lavoro bilingue, tra italiano e spagnolo, nel quale il cantautorato italiano incontra ritmi e suggestioni della tradizione spagnola e del mondo. Un incontro che non sembra mai costruito a tavolino, ma nasce naturalmente dalle esperienze raccontate.
Il disco comincia con “Sola”, e già il titolo suggerisce un ingresso verso l’interno. La solitudine non viene raccontata soltanto come assenza, ma come uno spazio nel quale ritrovare le proprie verità. Al centro c’è anche la musica, quasi una presenza capace di accompagnare e salvare.
Da qui il viaggio si apre. “Nostalgia” guarda invece verso una società percepita come sempre più superficiale, effimera e artefatta. È uno sguardo disilluso, ma non rassegnato.
Poi arriva “Il re piccolo”, che attraverso l’ironia racconta chi si proclama libero senza riuscire davvero a fare i conti con ciò che sente. È uno dei momenti in cui il disco dimostra di saper alternare profondità e leggerezza senza perdere la propria identità.
Con “Amica mia” il percorso cambia ancora direzione. Dopo la solitudine e le contraddizioni delle relazioni contemporanee, entrano in scena l’amicizia e la perdita. È un brano che parla di legami e della loro capacità di restare, anche quando le persone non possono più farlo nello stesso modo.
La dimensione personale lascia poi spazio a quella collettiva. “La ballata della CSA” porta il disco dentro una riflessione sull’agricoltura intensiva e sulle possibilità alternative offerte dalle comunità a supporto dell’agricoltura. La musica diventa così anche uno strumento per osservare ciò che accade fuori da noi.
È con “Tangos de Roma” che il dialogo tra Italia e Spagna diventa ancora più evidente. Scritta a Roma e ispirata al movimento “Ni Una Menos”, la canzone racconta una lotta che supera i confini geografici. Una scelta che restituisce bene lo spirito dell’intero progetto: partire da una storia personale per arrivare a qualcosa di più grande.
E poi c’è “Se vale la pena”, il cuore concettuale del disco. La domanda che dà il titolo all’album diventa una sorta di promessa: guardare in faccia la paura e scegliere comunque di vivere pienamente. Non perché il dolore scompaia, ma perché può diventare parte del viaggio.
“Valerie” porta con sé un’altra forma di forza, quella delle donne e delle amicizie capaci di sostenersi a vicenda. È un inno alla libertà e alle persone che, semplicemente standoci accanto, riescono a ricordarci di andare avanti.
A chiudere il disco è “A Sevilla”, una canzone d’amore per la città dove tutto è iniziato. E così il viaggio, dopo aver attraversato solitudine, nostalgia, relazioni, impegno sociale, perdita e rinascita, torna a un luogo preciso.
Ma qualcosa è cambiato.
“Se vale la pena” è un disco che parla di viaggio senza bisogno di indicare una destinazione. Cecilia Baliva mette al centro le proprie esperienze, mentre Chiara Bottazzi e Chiara Mascarucci trasformano quelle parole e quelle melodie nate voce e chitarra in un progetto condiviso, fatto di basso, percussioni e cori.
È proprio questa dimensione collettiva a dare al disco una delle sue immagini più belle: la musica come casa.
Una casa aperta, bilingue, contaminata, capace di accogliere fragilità personali e battaglie comuni.
Alla fine rimane quella domanda: se vale la pena?
La risposta non viene detta apertamente.
È tutto il disco a provarci.


