Viviamo in un sistema culturale profondamente malato di retro-mania, un’epoca che capitalizza ossessivamente sul passato perché terrorizzata dall’idea di immaginare un futuro diverso. Il mercato discografico odierno ne è lo specchio fedele: ai giovani viene venduta l’illusione di un disimpegno totale attraverso formati pop preconfezionati o, in alternativa, una nostalgia artificiale per epoche d’oro che non hanno mai vissuto. In questo scenario desolante, il primo Lp di Tommaso Imperiali, “Inni generazionali”, agisce come un elemento di disturbo salutare e fuori controllo. Il cantautore compie un gesto quasi eversivo per i tempi correnti: rifiuta le logiche dell’usa-e-getta digitale e si riappropria degli strumenti espressivi del rock più viscerale e identitario per sputare in faccia la verità al perbenismo dei padri.
Le otto canzoni che compongono l’album, scritte e limate nel corso di un triennio di duro lavoro, non concedono spazio a sorrisi di circostanza o a rassicuranti pacche sulle spalle. Brani graffianti come “Ragazzini viziati” squarciano la fitta cortina di retorica ipocrita con cui i grandi media dipingono la giovinezza odierna. Imperiali dà voce alla stanchezza di una generazione a cui è stato tolto tutto – dalle prospettive economiche stabili agli spazi fisici di aggregazione – e che viene poi accusata di non avere passioni.
L’accompagnamento musicale, plasmato insieme al chitarrista Daketo e potenziato dalle percussioni d’autore di Elio Rivagli, non è un semplice sottofondo, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti politica. L’uso massiccio delle chitarre elettriche e dell’organo Hammond serve a rivendicare uno spazio di rilevanza sonora e di rabbia costruttiva. Sotto la guida del produttore Lorenzo Cazzaniga, Imperiali non cerca l’imitazione calligrafica dei classici come Springsteen, ma ne estrae la radice più pura per raccontare l’asfalto, i dubbi e le periferie dell’Italia di oggi. Questo non è un disco consolatorio; è un pugno nello stomaco a chi pensa che i ventenni abbiano smesso di lottare.


