1 – Ciao Giuseppe, è uscito da poco “Cuore in silenzio”, il secondo capitolo della tua trilogia. Come è nato questo brano?
“Cuore in silenzio” è nato in un momento in cui sentivo il bisogno di fermarmi dopo tutto il caos raccontato in “Odio”. Riparte proprio da lì, dal vuoto lasciato dal primo capitolo, dall’esigenza di attraversarlo.
2 – E invece come è nata l’idea di scrivere una trilogia? I brani sono nati in maniera casuale o hai proprio deciso che volevi fare una trilogia?
Non sono partito con l’idea di costruire una trilogia. Le canzoni sono arrivate prima e solo successivamente mi sono reso conto che stavano dialogando tra loro. Sono nate, tra l’altro, proprio nell’ordine in cui le sto pubblicando.
C’erano temi e soprattutto domande comuni. A un certo punto ho capito che non stavo semplicemente scrivendo tre brani, ma stavo facendo un percorso.
3 – Il titolo è particolarmente evocativo: che cosa significa per te avere un “cuore in silenzio”? È una forma di pace, di maturità o anche di disincanto?
Per me un cuore in silenzio non è un cuore spento, ma un cuore che non ha bisogno di urlare o di aggrapparsi a qualcuno per sentirsi completo.
Se dovessi scegliere, direi che è più una forma di pace che di disincanto. È il momento in cui puoi stare accanto a qualcuno non perché ne hai bisogno per completarti, ma per il piacere di condividere ciò che sei.
4 – Hai detto che “dentro di noi si trova la chiave per interpretare ciò che accade fuori”. Qual è la cosa più difficile che hai scoperto guardandoti dentro durante la scrittura di questa trilogia?
Probabilmente che guardarsi dentro non significa sempre trovare risposte rassicuranti. A volte scopri che alcune delle cose che cerchi fuori sono domande che stai evitando di porti dentro.
E forse la parte più difficile è accettare di non avere una risposta definitiva. Questa trilogia mi ha insegnato che non siamo fermi: cambiamo continuamente e cambiano anche le domande con cui proviamo a raccontarci. Di conseguenza, cambia anche il modo in cui interpretiamo quello che ci circonda.
5 – Il brano parla di un modo di amare in cui nessuno deve completare l’altro. Secondo te oggi abbiamo ancora difficoltà a distinguere l’amore dal bisogno dell’altra persona?
Credo di sì. Forse perché siamo cresciuti con un’idea molto romantica secondo cui l’amore dovrebbe completare qualcosa che, da soli, non siamo.
È un’immagine affascinante, ma può diventare pericolosa quando trasformiamo l’altra persona nella condizione necessaria per stare bene.
6 – Nel 2021 con “Radio Stivale” guardavi soprattutto alle contraddizioni della società; con la “Trilogia dell’Io” guardi invece all’individuo. È cambiato il mondo che osservi o sei cambiato tu nel modo di osservarlo?
Direi che è cambiato soprattutto il mio modo di guardare le cose. Più che mettere semplicemente a confronto “Radio Stivale” e la “Trilogia dell’Io”, però, mi viene naturale fermarmi su due canzoni appartenenti a questi rispettivi lavori: “A cuore scalzo” e “Cuore in silenzio”.
In “A cuore scalzo” c’è qualcuno che arriva al traguardo e scopre di aver vissuto una vita che non ha scelto, ma che in qualche modo gli è stata imposta. A quel punto cerca di riprendere potere su se stesso, ma per farlo è costretto a porsi mille domande.
Con “Cuore in silenzio” quelle domande si spostano ancora più dentro. Non basta più provare a liberarsi da ciò che arriva dall’esterno: nasce la necessità di attraversare ciò che abbiamo dentro e capire chi siamo anche quando rimaniamo davanti ai nostri vuoti.
Forse è questo il cambiamento che riconosco oggi tra quei due brani. In “A cuore scalzo” sentivo soprattutto il bisogno di liberarmi da qualcosa; in “Cuore in silenzio” ho iniziato a chiedermi cosa succede dentro di noi mentre proviamo a farlo.
7 – La trilogia si concluderà con “Quando i sogni muoiono”. Senza spoilerare troppo: dobbiamo aspettarci un ulteriore cambio di prospettiva rispetto ai primi due capitoli?
Sì, decisamente. E credo che sia proprio questo a rendere “Quando i sogni muoiono” la conclusione naturale della trilogia.
Dopo lo smarrimento di “Odio” e dopo aver attraversato il vuoto in “Cuore in silenzio”, arriva un altro momento di confronto. Perché ritrovare se stessi non significa aver risolto tutto, né smettere di avere desideri, dubbi e contraddizioni.
A volte anche ciò in cui abbiamo creduto, pur non essendo realmente ciò che pensavamo, quando viene meno ci lascia un vuoto. Perché, anche se non era reale, ha comunque abitato una parte di noi.
“Quando i sogni muoiono” arriva proprio lì: nel momento in cui alcune immagini che avevamo costruito crollano e siamo costretti a chiederci cosa rimane.
Non voglio svelare troppo, ma credo che chiuderà la trilogia senza chiudere davvero il percorso. Piuttosto, gli darà una forma circolare, riportandoci idealmente alle domande da cui tutto è cominciato: quelle di “Odio”.
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