Ci sono dischi che raccontano la notte come uno scenario e altri che la trasformano in una condizione esistenziale. “Movida”, il nuovo album di [lessness], fa proprio questo: trasforma la notte in un momento in cui si svolgono storie, un territorio emotivo in cui convivono desiderio, smarrimento, malinconia e possibilità di rinascita. Attraverso un linguaggio sonoro che unisce minimalismo pop, suggestioni dark e una sensibilità profondamente letteraria, il progetto continua il percorso iniziato negli anni scorsi, ampliandone però i confini.
Abbiamo incontrato Luigi Segnana per parlare di solitudine, incontri e di quel sottile equilibrio tra oscurità e speranza che attraversa tutto il disco.
“Movida” è un titolo che richiama immediatamente qualcosa di collettivo, rumoroso e sociale, mentre il disco sembra raccontare spesso spazi interiori e momenti di solitudine. Come convivono queste due dimensioni all’interno dell’album?
Movida è un titolo volutamente ironico — amo questi giochi a nascondersi, usare parole che sembrano non centrare con il contesto, l’assurdo in stile Ionesco: un titolo che evoca socialità, movimento, luci, e che invece apre le porte a un disco notturno e intimista. È una piccola trappola affettuosa per chi ascolta. Le due dimensioni convivono perché in fondo non sono così opposte — la solitudine di Movida non è quella di chi si chiude al mondo, ma quella di chi ha bisogno di stare in silenzio per riuscire poi a dire qualcosa di vero agli altri. Le canzoni nascono nell’isolamento ma tendono sempre la mano. È un disco che vuole fare compagnia, paradossalmente proprio perché nasce dalla notte e dal silenzio.
Hai definito questo disco come “un album da interno notte”. Qual è stata la prima immagine o sensazione che ha dato origine a questo concetto?
Non c’è una singola immagine — Movida è nato da tanti piccoli fattori che si sono accumulati nel tempo, da momenti di vita quotidiana apparentemente ordinari. Non ho cercato la straordinarietà, perché non credo sia necessario vestirsi di eccezionalità per fare qualcosa di significativo. La notte è entrata nel disco semplicemente perché è lì – nella dimora tra la notte e l’alba, tra il sogno e la veglia dove i confini diventano laschi – che lavoro, che penso, che sento le cose più chiaramente. È il momento in cui il rumore di fondo si abbassa e quello che rimane sei tu — con i tuoi pensieri e una certa onestà che durante il giorno è più difficile da raggiungere. L’interno notte non è una scelta stilistica: è una condizione naturale.
C’è una continua tensione tra il desiderio di avvicinarsi agli altri e la necessità di preservare la propria solitudine. È un conflitto che hai vissuto personalmente nel corso della tua vita?
Sì, profondamente e continuamente. È una tensione che non si risolve — e forse non deve risolversi. Ho sempre avuto bisogno di spazi di solitudine reale, non per isolarmi ma per ritrovarmi, per capire cosa penso e cosa sento davvero. Allo stesso tempo, le canzoni nascono sempre con qualcuno in mente, con il desiderio che qualcuno dall’altra parte riconosca quella stessa sensazione. [lessness] è nato anche da questo conflitto — dal bisogno di dire qualcosa di personale e intimo sapendo che, per farlo davvero, devo stare solo. È una contraddizione che ho smesso di cercare di risolvere e ho imparato ad abitare.
I tuoi riferimenti spaziano da Trentemøller ai The Cure. Come lavori per trasformare le tue influenze in qualcosa di personale?
Le influenze sono il punto di partenza, non il punto di arrivo. The Cure mi hanno insegnato che si può essere oscuri e melodici allo stesso tempo, che la malinconia può essere bellissima. Trentemøller mi ha mostrato come costruire atmosfere ipnotiche con economia di mezzi. Ma quando entro in studio, quei riferimenti diventano sfondo — non cerco di avvicinarmi a loro, cerco di allontanarmene seguendo dove la canzone vuole andare. Se alla fine si sente ancora quell’eco è perché è onesto, non perché l’ho cercato. L’influenza diventa identità quando smetti di pensarci e lasci che si sedimenti da sola.
Cosa ti permette di esprimere il basso che altri strumenti non riescono a offrirti?
Il basso è il mio strumento d’elezione — nasco bassista, e tutto quello che faccio parte da lì. È lo strumento che mi garantisce le vibrazioni più profonde, quelle che più si avvicinano al mio modo di sentire e di evocare l’emotività delle canzoni. C’è una fisicità nel suono del basso, una materialità quasi corporea, che nessun altro strumento mi dà allo stesso modo. Quando suono il basso non sto solo costruendo una linea ritmica o armonica — sto cercando il centro emotivo del brano, il punto da cui tutto il resto può nascere. È l’architrave, ma è anche l’anima. Tutto gira attorno all’intimismo minimalista di quello strumento.
Se dovessi descrivere questo album come un luogo fisico, dove ci porteresti?
In una baia deserta al tramonto — fuori dal tempo, sul limitare di qualcosa di infinito. Un posto in cui il mondo si ferma ma non scompare del tutto, in cui si ha la sensazione di stare esattamente sul bordo tra quello che è stato e quello che potrebbe ancora essere. Come dice il testo di Out of Time, una delle canzoni del disco: “we’re standing on a silent bay and still, I can’t find the right words…” — ecco, è esattamente lì. In quel silenzio, in quella luce radente, in quella impossibilità dolce di trovare le parole giuste. Movida vive in quel posto.


