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Ci sono artisti che costruiscono il proprio percorso inseguendo le occasioni e altri che, passo dopo passo, trovano la propria voce attraversando esperienze molto diverse tra loro. Lucilla Meola, anima di Lucilla e la Vie on the Road, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Prima i palchi della scuola di musica, poi le serate nei locali, quindi gli anni trascorsi a fare busking, trasformando la strada in una palestra quotidiana fatta di incontri, improvvisazione e autenticità. Un’esperienza che ha contribuito a definire non soltanto il suo modo di stare sul palco, ma anche il rapporto con il pubblico e con la scrittura.

Negli anni il progetto ha continuato a evolversi. Dopo il debutto discografico con Una per Tutti (2017), una lunga pausa ha lasciato spazio a una nuova formazione e a una rinnovata identità sonora, che fonde sensibilità cantautorale e aperture pop. Nel 2024 Lucilla e la Vie on the Road è stata invitata a Tenco Ascolta, presentando il nuovo progetto Dal Vangelo secondo mio padre, mentre nel 2025 è arrivato il singolo Tutto Nero, pubblicato dopo la vittoria del concorso per cantautori della Fondazione Estro Musicale di Milano.

Il prossimo appuntamento rappresenta un’altra tappa significativa di questo percorso: l’apertura del concerto di Mille al Lilith Festival, manifestazione che da quindici edizioni promuove la musica d’autrice, con un’attenzione particolare ai nuovi talenti e alla valorizzazione delle artiste, diventando uno dei punti di riferimento del panorama indipendente italiano.

In questa intervista Lucilla racconta senza filtri la distanza tra il busking e la televisione, spiegando perché la strada continui a rappresentare il luogo in cui si sente più libera. Parla del difficile equilibrio tra introversione ed esposizione pubblica, della scrittura come gesto istintivo, delle influenze che spaziano da Avril Lavigne a Samuele Bersani fino alle colonne sonore Disney e di un nuovo album che promette di essere il racconto più personale della sua carriera. Un dialogo che restituisce il ritratto di un’artista interessata soprattutto a una cosa: costruire un’esperienza autentica, capace di lasciare qualcosa in chi ascolta.

Ciao Lucilla, sei stata scelta come apertura per la serata di Mille al Lilith Festival. Che cosa rappresenta questo traguardo per te?

Ciao! Sono molto contenta di questa opportunità, ammiro Mille e sono felice di poter aprire il suo concerto. È stato un anno complicato per me e spero questo sia l’inizio di una stagione musicale stimolante. Segna per me un momento di rinascita, personale oltre che musicale, per cui spero di essere all’altezza delle aspettative.

Il busking è stato il tuo primo vero palcoscenico. C’è un’esibizione in strada che ti ha fatto capire che questa sarebbe stata la tua strada?

In realtà le cose sono invertite: sapevo che questa sarebbe stata la mia strada dai primi palcoscenici che sono stati prima i teatri dei saggi della mia scuola di musica, Music Line, da quando avevo 14 anni. Poi ci sono stati i vari gruppetti di cover con cui si facevano serate nei locali, i matrimoni, e poi per una serie di scelte di vita mi sono trovata a fare busking come primo lavoro.

Fino a che ho suonato in strada ci ho creduto tantissimo, e non è che adesso non ci creda più, ma poi si cresce e ci si ridimensiona. Varie esperienze mi hanno fatto capire che preferisco fare la musica che mi piace al mio ritmo e alle mie condizioni. Però posso raccontarti delle esibizioni in strada che sono state significative a prescindere.
Come quella volta che ci hanno lanciato una molletta da una finestra e stavo per insultare la signora affacciata, quando poi mi sono accorta che nella molletta c’erano 5 euro. O quando un bimbo di forse 2 anni è stato un intero brano ad ascoltarmi rapito fissandomi tra le gambe dei suoi, per poi corrermi incontro a fine pezzo perdendo l’equilibrio e finendo per abbracciarmi le gambe. O quando in Via Garibaldi sulle note di Wonderful Life una coppia si è messa a ballare davanti a me meravigliosamente, rendendo tutto molto magico. Ci sono state ovviamente anche esperienze molto negative, ma queste sono quelle che ricordo più volentieri.

Suonare in strada significa confrontarsi con un pubblico che non ti ha scelto. Quanto ti ha insegnato questa esperienza sulla scrittura delle canzoni?

Mi ha insegnato molto più che altro sul mestiere di esibirsi. All’inizio quando dovevo cominciare i set ero paralizzata dal terrore, poi piano piano ci prendi la mano, ed è come suonare in camera tua, con nessuno che ti sente. È un pubblico molto diverso. Ma è molto bello quando qualcuno che passava di là si ferma e ti ascolta per un po’.

Avrebbe anche potuto continuare a camminare, ma evidentemente gli hai lasciato qualcosa. È molto diverso dal palco, anche se quando ero abituata a farlo mi faceva stare molto più serena di suonare: lo facevo talmente tante ore al giorno che non ero preoccupata della riuscita della performance. Ora, a distanza di anni, è un’altra storia.
Sulla scrittura posso dire che ho avuto poche volte il coraggio di suonare in strada i miei pezzi da sola, di solito lo facevo con la band, ma mi ha lasciato questo: scrivi quello che vuoi, come ti senti. Se qualcuno si sentirà toccato, allora si fermerà ad ascoltarti. Se no continuerà a passeggiare, ma tu comunque lo avrai suonato lo stesso.

Sei passata attraverso esperienze molto diverse, dal busking ad Amici. Cosa ti hanno lasciato questi due mondi e cosa, invece, hai scelto di lasciarti alle spalle?

Il busking rimarrà sempre nel mio cuore, e questa estate non escludo di uscire qualche volta in strada. Rimane un pezzo di me, mi sento molto più a mio agio che sul palco. Mi trasmette sempre la prepotente autenticità della vita, l’assenza di sovrastrutture, la facilità con cui si può fare musica. All’inizio lo facevamo addirittura senza amplificazione.

Mi si cuce molto più addosso rispetto all’esperienza televisiva, che non rifarei. Non sono capace di essere qualcosa che non sono, o anche semplicemente di essere spontanea nel cantare quando sono a disagio. Sono un’introversa naturalizzata estroversa, ora tornata all’introversione originale: per suonare devo sentirmi a mio agio come se fossi in pigiama a casa mia.

Nei tuoi ascolti convivono Avril Lavigne, i Queen, Bersani, Fabi, Silvestri e perfino le colonne sonore Disney. In che modo riesci a trasformare influenze così lontane in qualcosa di personale?

Questa è un’ottima domanda. Va bene se ti rispondo che non ne ho idea? Scrivo cose molto diverse da quello che ascolto, anche se sicuramente una qualche influenza ci sarà, anche se non la colgo. Ho sempre molta difficoltà a spiegare quale sia il genere che faccio, e vengo ripresa spesso perché i pezzi sono tutti molto diversi fra loro così che è difficile infilarli in un album. Posso dirti che soprattutto scrivo di quello che sento, che a volte è più rock, a volte è più intimo, a volte è semplicemente senza senso o nome.

Si può dire allora forse che questi ascolti si fondono in quello che scrivo perché hanno formato il mio modo di sentire e percepire l’universo circostante dal punto di vista emotivo. Vado a concept album: pezzi tutti diversi forse, ma sono fotografie di vita di quel momento o che parlano di quella cosa specifica. Il prossimo che uscirà infatti è una specie di raccolta dell’evoluzione dei miei rapporti familiari e sentimentali degli ultimi 10 anni: “Dal vangelo secondo mio padre”.

Il live sembra essere tornato al centro del progetto. Cosa speri che il pubblico porti a casa dopo un concerto di Lucilla e la vie on road?

A oggi in realtà sono successe diverse cose che hanno un po’ resettato le esibizioni live, abbiamo dovuto sostituire un elemento ed è iniziata la lunga avventura della produzione del disco. Dopo un anno difficile sicuramente però tornare a calcare un po’ le scene mi farebbe felice. Vorrei che chi viene a sentirmi si portasse a casa una esperienza artistica. Come si fa a descrivere?

Quello che succede a me quando vado a vedere un bel concerto, o una mostra di quadri. Hai presente quando torni a casa con l’impressione di essere stato bene, che quello che hai visto o sentito ti ha cambiato, ti ha fatto pensare, ti rimane in bocca anche nei giorni successivi? Ecco forse questo mi piacerebbe. Offrire uno Spettacolo, con la S maiuscola.
Pensato, ragionato, misurato, per suscitare in chi ascolta qualche tipo di trasporto, o di risonanza. Che le persone ritrovino pezzetti di se stesse nelle cose che scrivo, per condividere quella esperienza tutta umana che sono le emozioni, che ci uniscono e ci rendono un po’ tutti parte della stessa cosa. Meglio di così non te lo so dire!

Hai in programma di presentare dal vivo canzoni ancora in evoluzione. Ti piace l’idea che sia proprio il palco a completare il processo creativo?

Credo che le canzoni suonate live siano sempre in evoluzione, all’epoca intendevo che non essendo prodotte magari sarebbero uscite con una faccia diversa da quella che hanno live, ma questo se ci pensi accade sempre: si suona il pezzo con gli strumenti che si hanno, i musicisti che si hanno, si riarrangiano, diventano pezzi corali, si allungano per farli cantare anche al pubblico.

Nella mia testa ciò che è prodotto è una cosa, cioè un po’ la fotografia di un momento e di un’intuizione, e poi c’è la parte dinamica che è eseguire live. E lì c’è almeno per me la parte più bella: l’esperienza collettiva, come ti viene quel pezzo suonato con quel musicista, come ti verrà di cantarlo sulla base dell’emozione che ti rimanda il pubblico, come lo preparerai per la data dopo. Mi piace sicuramente l’idea di diventare abbastanza brava da saper gestire tutto questo sul palco con fluidità e scioltezza, in maniera naturale.