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C’è una linea sottile che unisce le artiste capaci di trasformare la musica in un’esperienza immersiva, dove il suono diventa materia narrativa e ogni sfumatura contribuisce a costruire un universo emotivo. È lungo questa traiettoria che si colloca Charlie Risso, cantautrice ligure dal respiro internazionale, protagonista dell’apertura del concerto di Anna von Hausswolff al Lilith Festival di Genova. Una scelta che appare naturale per una manifestazione da sempre attenta alle voci femminili più autentiche e alla ricerca artistica lontana dalle logiche del mercato.

Nata a Genova, formatasi anche tra Milano e Londra, Charlie Risso ha costruito negli anni un percorso coerente e personale, fatto di pubblicazioni apprezzate dalla critica e di una costante tensione verso una scrittura essenziale, capace di fondere folk, ambient, elettronica e suggestioni cinematografiche. Album come Ruins of Memories e il più recente Rituals raccontano un’evoluzione che ha privilegiato progressivamente il valore del silenzio, delle pause e della sottrazione, fino a raggiungere un equilibrio espressivo in cui ogni elemento trova la propria ragione d’essere.

La sua musica sfugge alle definizioni più immediate: è intima senza essere fragile, evocativa senza cedere all’enfasi, sospesa tra luce e ombra in un continuo dialogo con le immagini interiori. Non sorprende quindi che il suo linguaggio incontri, pur attraverso percorsi differenti, quello di Anna von Hausswolff, artista svedese che ha fatto dell’intensità emotiva e della costruzione dell’atmosfera la cifra distintiva della propria produzione.

L’appuntamento del Lilith Festival rappresenta così molto più di un semplice opening act: è l’incontro tra due sensibilità che condividono l’idea della musica come spazio da abitare, più che come semplice esecuzione. In questa intervista Charlie Risso ripercorre il proprio cammino artistico, racconta il rapporto con le città che hanno segnato la sua formazione, riflette sul processo creativo che alimenta le sue composizioni e spiega perché oggi, più che stupire, senta il bisogno di inseguire la sincerità. Una conversazione che offre l’occasione per entrare nel mondo di un’artista che continua a scegliere la profondità come cifra della propria identità.

Aprire il concerto di Anna von Hausswolff al Lilith Festival significa condividere il palco con una delle artiste più visionarie della scena internazionale. Che valore ha per te questa occasione?

È una di quelle occasioni che arrivano dopo tanti anni di lavoro silenzioso. Anna è un’artista che ha sempre seguito una visione molto precisa, senza adattarsi alle mode, e questo è qualcosa che ammiro profondamente. Sentirmi parte della stessa serata è un riconoscimento importante, ma anche uno stimolo a continuare a credere in una ricerca artistica personale.

Pur arrivando da percorsi diversi, nella vostra musica c’è una forte attenzione alla costruzione dell’atmosfera. Ti senti in qualche modo vicina alla sua ricerca?

Sì, soprattutto nell’importanza che attribuiamo all’atmosfera come elemento narrativo. Non penso mai alla musica come semplice successione di accordi o melodie: per me ogni brano deve evocare uno spazio emotivo in cui l’ascoltatore possa entrare. Credo che questo sia un punto di contatto, pur con linguaggi, strumenti e influenze molto differenti.

Sei cresciuta artisticamente tra Genova, Milano e Londra. Quale di queste città ha lasciato il segno più profondo nel tuo modo di scrivere?

Direi tutte e tre, ma in modi diversi. Genova mi ha dato il senso della profondità e una certa malinconia mediterranea che porto sempre con me. Milano mi ha insegnato disciplina e concretezza. Londra, invece, è stata la città che mi ha fatto sentire davvero parte di una scena internazionale, aprendomi a un modo molto più libero di intendere la musica e la sperimentazione.

La tua musica è spesso definita cinematografica. Quando componi immagini prima le scene o i suoni?

Dipende. Se mi viene affidato un compito preciso, come scrivere per una colonna sonora, cosa che purtroppo mi capita ancora troppo poco e che mi piacerebbe fare molto di più, riesco subito a immaginare uno scenario, una sequenza di immagini da cui poi nasce la musica.

Quando invece scrivo per me stessa, il processo è quasi opposto: è la musica che mi porta in una sorta di luogo sospeso, quasi meditativo, e da lì lascio fluire parole e melodie in modo molto intuitivo, senza cercare di controllarle. Solo in un secondo momento interviene la parte più razionale, quella che rifinisce, lima e dà una forma definitiva al brano. Mi ha sempre affascinato questo meccanismo: partire dall’istinto e scoprire solo dopo che ciò che è emerso aveva già un significato profondo. È quasi un processo psicologico, o forse persino inconscio, ed è uno degli aspetti della scrittura in cui credo di più.

Le tue canzoni sembrano muoversi continuamente tra luce e ombra. È una caratteristica che nasce spontaneamente o la ricerchi consapevolmente?

Nasce spontaneamente. Credo che la realtà non sia mai completamente luminosa o completamente oscura. Mi interessa raccontare quel punto di equilibrio fragile in cui convivono vulnerabilità e forza, paura e desiderio, perdita e rinascita. È probabilmente il luogo in cui mi sento più autentica come autrice.

Da “Ruins of Memories” fino ai lavori più recenti, qual è il cambiamento più evidente che riconosci nella Charlie Risso di oggi?

Oggi ho molta meno paura di togliere invece che aggiungere. All’inizio sentivo il bisogno di dimostrare qualcosa, oggi mi interessa soprattutto essere sincera. Ho imparato a fidarmi del silenzio, delle pause, dell’imperfezione. Credo che Rituals sia il disco che più mi rappresenta perché non cerca di impressionare: cerca semplicemente di essere vero.