Dopo aver costruito il progetto robin attraverso una scrittura intima, sospesa tra pianoforte, elettronica e atmosfere contemporanee, Roberto William Guglielmi torna con “Aria Condizionata”, un nuovo capitolo che porta la sua musica verso una dimensione più pop e immediata. Il brano, in uscita il 22 settembre, nasce da un’immagine apparentemente banale: una stanza d’estate, un’abitudine condivisa, qualcosa che appartiene alla normalità di una relazione e che, quando quella relazione finisce, cambia improvvisamente significato. È un modo di raccontare l’assenza senza affidarsi a grandi dichiarazioni, lasciando che siano gli oggetti e i piccoli gesti a conservare la memoria.
Parallelamente al progetto personale, Guglielmi ha sviluppato negli anni un percorso come autore e compositore, lavorando con artisti e linguaggi differenti. Una doppia dimensione che sembra riflettersi anche nel modo in cui affronta robin: da una parte l’esperienza maturata scrivendo per altri, dall’altra la necessità di utilizzare questo progetto come spazio profondamente personale. E anche il nome stesso, robin, nasce da una storia privata: era infatti il modo in cui suo padre lo chiamava da bambino.
“Aria Condizionata” parte da un dettaglio quasi insignificante della vita quotidiana e lo trasforma nel simbolo di una relazione che non c’è più. Ti interessa partire proprio da oggetti, gesti e situazioni normali per arrivare a raccontare emozioni più complesse?
- Sì, forse perché trovo più vero raccontare un’emozione attraverso qualcosa che possiamo vedere e toccare. Un oggetto quotidiano non ha bisogno di spiegazioni: esiste e basta, e spesso riesce a riportarti in un momento preciso della tua vita. In “Aria Condizionata” succede proprio questo. Un gesto apparentemente normale diventa improvvisamente pieno di significato perché appartiene a una persona che non c’è più. Mi piace l’idea che chi ascolta possa riconoscersi in quel dettaglio e, attraverso quello, arrivare a qualcosa di più personale.*
Nei tuoi brani il ricordo sembra spesso nascere da qualcosa di molto concreto, più che da un’immagine apertamente malinconica. Quanto è importante per te evitare una scrittura troppo esplicita quando racconti la fine di una relazione o l’assenza di qualcuno?
È molto importante. Non mi interessa dire esattamente a chi ascolta cosa deve provare. Preferisco lasciare degli spazi, delle immagini, dei dettagli che possano essere interpretati. Quando vivi qualcosa di forte non necessariamente lo racconti attraverso grandi frasi o momenti drammatici: a volte è una canzone che passa alla radio, una stanza, un profumo o una cosa che facevate insieme a riportarti tutto indietro. Credo che anche nella scrittura funzioni così. Meno spieghi, più possibilità dai a chi ascolta di metterci dentro la propria storia.
Con “Aria Condizionata” il progetto robin sembra avvicinarsi a una dimensione più pop e immediata, senza però abbandonare quella componente atmosferica ed elettronica che lo ha caratterizzato fin dall’inizio. Quanto senti che il tuo modo di scrivere e produrre stia cambiando rispetto ai primi brani?
Sento che sto imparando a essere più diretto. La parte elettronica e atmosferica rimane fondamentale per me, perché è una dimensione in cui mi riconosco molto, ma sto cercando sempre di più di metterla al servizio della canzone. “Aria Condizionata” nasce proprio da questo equilibrio: avere un suono che costruisce un’atmosfera, ma allo stesso tempo una melodia e un testo che arrivino in maniera immediata. Non credo di aver cambiato completamente direzione, penso piuttosto di aver capito meglio dove voglio portare robin.
Parallelamente a robin hai costruito un percorso importante come autore e compositore, lavorando con artisti molto diversi tra loro. Cosa cambia, per te, quando scrivi una canzone destinata a qualcun altro rispetto a quando devi mettere in musica qualcosa che senti profondamente tuo?
Quando scrivo per qualcun altro devo prima di tutto ascoltare quella persona. Cerco di capire il suo mondo, il suo modo di cantare, le parole che potrebbe davvero pronunciare. È un esercizio bellissimo perché devi uscire da te stesso. Con robin invece non posso nascondermi: quello che scrivo parla inevitabilmente anche di me. Posso sperimentare, sbagliare, cambiare strada, ma alla fine devo riconoscermi in quello che sto facendo. Sono due processi diversi, ma in qualche modo si alimentano a vicenda.
Il nome robin nasce da un modo in cui tuo padre ti chiamava da bambino e oggi è diventato il nome con cui ti presenti artisticamente. Quanto c’è, dentro questo progetto, del tentativo di recuperare una parte della tua storia personale e trasformarla in qualcosa che possa invece essere condiviso con gli altri?
C’è tanto. All’inizio robin era semplicemente un nome che apparteneva alla mia infanzia, qualcosa di molto personale. Poi ho iniziato a sentirlo come uno spazio in cui poter essere completamente me stesso, anche artisticamente. È particolare perché nasce da una cosa privata, ma oggi quel nome vive attraverso le canzoni e quindi diventa inevitabilmente qualcosa di condiviso. Forse è proprio questo il senso del progetto: prendere qualcosa che appartiene alla mia storia e trasformarlo in musica, lasciando che poi ognuno possa farlo diventare anche un po’ suo.


