Ci sono momenti nella storia della musica che assomigliano a scoperte archeologiche, istanti in cui un reperto creduto perduto riemerge dalla polvere del tempo per riscrivere un capitolo di una leggenda. Il 27 giugno 2025 segnerà uno di questi eventi epocali. In quella data, in concomitanza con il 50° anniversario della loro fondazione, vedrà la luce The Manticore Tapes, la prima sessione di registrazione in assoluto dei Motörhead, un nastro inedito rimasto celato per quasi mezzo secolo.
Non si tratta di una semplice raccolta di brani, ma di un vero e proprio incunabolo sonoro: la fotografia della nascita di un suono, il codice genetico di un’attitudine che avrebbe scosso le fondamenta del rock. Questa riscoperta non solo offre uno sguardo senza precedenti sulla genesi della band, ma fornisce anche il pretesto perfetto per comprendere la loro incredibile parabola, un viaggio che li ha portati da uno studio di registrazione a Fulham a diventare un’imperitura icona della cultura globale.
La scintilla originale: The Manticore Tapes riemergono dall’ombra
Per comprendere il valore di questa pubblicazione, bisogna tornare indietro nel tempo, precisamente all’agosto del 1976. In quel periodo, il futuro dei Motörhead era tutt’altro che certo. La band affrontava quelle che le cronache descrivono come tenaci lotte per la sopravvivenza, un’esistenza precaria in cui ogni concerto e ogni sessione in studio rappresentavano una scommessa.
Fu in questo clima di incertezza che la formazione classica, la triade destinata a entrare nella leggenda – Lemmy Kilmister alla voce e al basso, “Fast” Eddie Clarke alla chitarra e Phil “Philthy Animal” Taylor alla batteria – si riunì per la prima volta in assoluto per registrare. Il luogo scelto furono i prestigiosi Manticore Studios di Fulham, a Londra, di proprietà del supergruppo progressive Emerson, Lake & Palmer. Utilizzando il mobile studio di Ronnie Lane e sotto la guida tecnica di Ron Faucus, il trio incise undici tracce che contenevano già tutta la carica viscerale del loro sound primordiale.
Questi nastri, tuttavia, non videro mai la luce e finirono nell’oblio per quasi cinquant’anni. La loro riscoperta è un evento di per sé straordinario, seguito da un meticoloso lavoro di restauro affidato a mani esperte: Cameron Webb si è occupato del restauro presso i Maple Studios in California, mentre Andrew Alekel ha curato il mastering alla Bolskine House di Los Angeles.
Il risultato è un documento sonoro che ci restituisce l’energia grezza di brani come Motörhead, Iron Horse / Born to Lose e Vibrator nella loro forma più pura e istintiva, prima che il successo li trasformasse in inni generazionali.
La lunga strada verso la gloria: l’ascesa musicale e mediatica dei Motörhead
La strada verso la gloria fu tutt’altro che immediata. Quelle prime registrazioni ai Manticore Studios rappresentano infatti la testimonianza di un gruppo sull’orlo del baratro. Il successo arrivò solo qualche anno dopo con Overkill, un album che per stessa ammissione dei protagonisti fu una sorta di “ultima spiaggia”, il disco che finalmente permise a Lemmy e soci di ingranare la marcia ed entrare a testa bassa nella storia del rock.
Da quel momento, la loro influenza crebbe in maniera esponenziale, superando rapidamente i confini della musica per trasformare i Motörhead in un vero e proprio brand culturale, un simbolo di attitudine senza compromessi.
La loro consacrazione a icona trova una curiosa ma potente conferma in settori apparentemente lontani dal rock ‘n’ roll. È il caso del mondo del gaming, dove l’eredità della band è stata celebrata con una popolare slot machine a tema, battezzata proprio “Motörhead”, che si può trovare su alcuni tra i migliori siti che propongono slot. Questo non è un dettaglio da poco: vedere i rulli e i simboli del gioco adornati con l’inconfondibile iconografia del gruppo, dal War-Pig al volto del carismatico leader Lemmy, dimostra come il loro marchio sia diventato un’immagine globalmente riconoscibile e commercialmente forte, capace di evocare un intero universo di valori anche in un contesto ludico e digitale.
Ma se la loro immagine ha conquistato il mondo digitale, la loro musica ha fatto tremare le arene più imponenti. Un esempio emblematico di questo crossover mediatico è il profondo legame tra Lemmy e la star della WWE Triple H. Questa amicizia ha raggiunto il suo apice in un momento che è rimasto scolpito nella memoria collettiva dei fan del wrestling.
La storia, raccontata da un’altra leggenda come “Stone Cold” Steve Austin, è tanto affascinante quanto rivelatrice. Austin ha raccontato di aver trovato una straordinaria fotografia incorniciata dei Motörhead, scattata durante un concerto del 2005 al Wiltern Theatre. Consapevole della devozione di Triple H per la band, decise di regalargliela. La reazione di Triple H fu di puro stupore, non solo per il gesto, ma perché, per un’incredibile coincidenza, era stato proprio lui a salire su quel palco, quella sera, per presentare la band prima della loro esibizione.
Questo legame personale e artistico ha avuto la sua celebrazione definitiva a WrestleMania 17, quando i Motörhead suonarono dal vivo la canzone d’ingresso di Triple H davanti a un’arena in delirio. Un momento che “Stone Cold” Steve Austin definisce ancora oggi, senza mezzi termini, “la più grande entrata di WrestleMania di tutti i tempi”.
Con l’imminente uscita di The Manticore Tapes si chiude quindi un cerchio lungo cinquant’anni. Questi nastri non sono solo un album perduto, ma rappresentano il punto d’origine, la scintilla che ha innescato una carriera leggendaria. L’ascolto di queste tracce permette di comprendere appieno la parabola ascendente della band: da un suono crudo e viscerale nato tra le difficoltà in uno studio di Fulham, fino a diventare un simbolo globale la cui influenza risuona potente ancora oggi, che sia sui rulli di una slot machine o nell’arena infuocata del wrestling.
The Manticore Tapes sono la prova finale che consolida il posto immortale dei Motörhead, non solo nella storia della musica, ma nell’immaginario collettivo, un’eredità incisa nella roccia, oggi più viva che mai.


