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Dalle prime note ispirate a Jimi Hendrix ed Jimmy Page scoperte a dieci anni, fino ai marciapiedi della strada come busker e alla svolta intima nata durante la pandemia: il percorso artistico di Froyd è un viaggio fatto di evoluzione, urgenza espressiva e autenticità. Con il brano “Dafne”, uscito il 5 giugno, il cantautore dà forma a una power ballad viscerale che trasforma il rimpianto per una fine amorosa in una vera e propria terapia creativa, muovendosi tra le sfumature di una Milano notturna e suggestioni mitologiche.

 

In questa intervista, Froyd ci racconta la genesi del suo progetto solista nato nel 2025, la forte sinergia con il suo team di lavoro (il produttore Nubula e l’autore Eliachesuona), il valore della dimensione live insieme alla sua band e la necessità assoluta di riportare al centro della musica un rock d’autore sincero, capace di mostrare la fragilità generazionale senza filtri.

 

Il tuo legame con le sei corde nasce a dieci anni sul blues e rock di Hendrix e Page, evolvendosi poi tra la scuola NAM, la strada come busker e la scoperta della voce durante la pandemia. Come si fondono oggi la libertà dei marciapiedi e la solitudine della scrittura nel progetto Froyd?

In realtà io non mi sento solo quando scrivo i miei brani, anzi ho la fortuna di avere degli ottimi collaboratori come Nubula (il mio produttore) ed Eliachesuona (autore) che mi aiutano durante il processo creativo. Quindi c’è molta sinergia e condivisione di idee nel mio lavoro cantautoriale. Suonare in strada mi permetteva di espormi liberamente e conoscere tante persone, ma spesso ho trovato anche tante difficoltà che non mi hanno permesso di esprimermi al meglio. Sicuramente, il busking mi ha aiutato moltissimo ad affrontare la performance dal vivo, spronandomi a migliorare sempre di più.

 

Nel 2025 hai scelto di metterti a nudo avviando questo percorso solista, circondandoti di un team affiatato come Nubula alla produzione ed Eliachesuona alla scrittura. Qual è stato il momento esatto in cui hai percepito che la tua narrazione alternativa stava creando una connessione reale con il pubblico?

Sicuramente negli ultimi live, in cui secondo me, migliorando sia io come narratore delle mie storie tra un brano e l’altro sia noi come band (Federico Negro chitarra, Aleister Pasciolla basso, Gianluca Pistani batteria) siamo riusciti a portare i miei messaggi al pubblico in maniera più efficace creando una vera e propria connessione, che è uno dei goal più belli per un artista.

 

Il 5 giugno esce “Dafne”, una power ballad viscerale ambientata tra le strade notturne di una Milano sospesa tra amore e odio. Ci racconti come hai trasformato il sapore del rimpianto per la fine di una relazione importante in un rifugio creativo e in uno strumento di guarigione?

Inizialmente ho passato tanto tempo a sbattere la testa su cose che non mi aiutavano davvero a superare questa storia. Mi ci sono voluti davvero anni per comprendere che forse la soluzione migliore e più genuina per me fosse scriverci una canzone. DAFNE segna a tutti gli effetti la parola “fine” a questa relazione tanto sofferta e sono convinto che la musica in certe situazioni sia davvero efficace come terapia, specialmente nel mio caso. Fun fact: l’ispirazione della melodia principale del brano mi è venuta su una bellissima spiaggia ligure, regione di origine della mia ex ragazza. Dunque, tutto si è legato alla perfezione.

 

Per l’identità visiva e l’artwork ti sei affidato alla sinergia con professionisti dedicati come Kimerica e The Passenger. Com’è nata l’idea della copertina di “Dafne” e in che modo traduce graficamente quel contrasto intimo tra memoria e immaginazione che attraversa il testo?

Ho conosciuto Barbara (The Passenger) a un concerto organizzato un anno fa presso la sua galleria YAH FACTORY di Milano. Quando ho visto le sue opere d’arte ne sono rimasto subito stregato e ho capito che si potevano legare alla perfezione con i titoli delle mie canzoni nuove legate ai temi mitologici. Una cosa molto interessante della sua arte è che scrive sempre una frase delle canzoni legando il testo all’immagine e alla musica.

 

Ti rivolgi dichiaratamente a una generazione che non si ritrova nella piattezza del mainstream attuale, cercando di condividerne ansie e speranze. Quanto consideri necessario, oggi, proporre un rock d’autore che non ha paura di mostrare la fragilità e il dolore in modo così trasparente?

È FONDAMENTALE. Viviamo un periodo complicatissimo tra guerre e frenesia che rischia di mandarci tutti al manicomio. Per questo motivo ritengo che sia necessario far partire un movimento dal basso, portato avanti da artisti emergenti e giovani della mia età, per riportare un po’ di umanità in questa società che sembra sempre più lobotomizzata e schizofrenica.

 

“Dafne” anticipa il nuovo EP autunnale, ma inizialmente tu e il tuo produttore Antonio (Nubula) eravate indecisi se inserire questo pezzo, così stilisticamente diverso dal resto del lavoro. Cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime sonorità e dall’energia della band nei live in arrivo?

Tanta energia, tanto rock e tanta sperimentazione. Penso che in questo nuovo Ep, io sia riuscito finalmente a trovare il mio sound e maggiore connessione con la mia musica. Abbiamo fatto tutti un gran lavoro e spero che questo venga apprezzato e riconosciuto.