Diciotto musicisti, un’identità sonora che attraversa jazz, progressive rock, soul, elettronica e musica contemporanea senza mai perdere coerenza. I Deaf Kaki Chumpy sono una delle realtà più originali e ambiziose della scena indipendente italiana: un collettivo capace di trasformare la complessità in linguaggio accessibile, facendo convivere ricerca musicale, energia live e riflessione sociale.
Dopo anni di attività e un lungo percorso di evoluzione artistica, la band torna con Ultime Volontà, primo tassello di un nuovo capitolo discografico e, soprattutto, primo brano scritto e cantato in italiano. Una scelta che segna un passaggio importante per il gruppo, chiamato oggi a confrontarsi con una lingua più diretta, più intima e inevitabilmente più esposta.
In questa intervista abbiamo parlato con loro del rapporto tra parola e suono, della sfida di mantenere una forte identità all’interno di un collettivo così numeroso, del significato politico dell’amore e del valore della dimensione umana in un’epoca dominata dalla standardizzazione e dall’individualismo. Ne emerge il ritratto di una band che continua a credere nella forza della condivisione e nella musica come spazio di trasformazione, personale e collettiva.
Abbiamo parlato con Andrea Daolio, fondatore, compositore e bassista del gruppo.
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«Scegliere di amare è un atto estremamente politico»
“Ultime Volontà” è il vostro primo brano in italiano dopo anni di musica costruita spesso attraverso suggestioni più narrative e internazionali: cosa vi ha spinto oggi a scegliere una lingua così diretta e inevitabilmente più esposta?
L’idea di provare a scrivere in italiano venne dopo un periodo che definirei di incubazione, in cui stavamo capendo collettivamente che direzione prendere con il prossimo album. Stavamo sviluppando idee e brani portati da alcuni di noi, e alcuni di questi avevano già un testo o una bozza in italiano o si voleva provare a scrivere un testo in italiano.
Poi questi brani (per il momento) sono stati archiviati ma è rimasta in me l’idea di volermi confrontare con la mia lingua.
Nel momento in cui mi sono messo a scrivere il testo di Ultime Volontà ho compreso appieno le difficoltà ma allo stesso tempo la bellezza di scrivere nella propria lingua: quando scrivi nella tua lingua madre ogni parola conta, ha un peso, senti che è importante, e viene a mancare quella sorta di filtro, di distanza che c’è con una lingua straniera; a causa di questa distanza, per assurdo, scrivere in inglese è più facile perché sembra che qualsiasi cosa dici funzioni, anche la più banale, mentre in italiano no. Vuoi perché è la tua lingua, vuoi per il suono molto diverso delle parole, ti ritrovi a considerare minuziosamente ogni termine, anche il più breve.
Nei Deaf Kaki Chumpy la voce è sempre stata uno strumento dentro un organismo molto più grande, quasi orchestrale. Con un testo in italiano cambia anche il ruolo della parola? Vi siete trovati a lasciare più spazio al significato rispetto alla pura stratificazione sonora?
In realtà la stratificazione sonora e la varietà timbrica rimangono tutt’ora dei tratti fondamentali della nostra musica; anzi, oserei dire che sono stati addirittura ampliati con l’utilizzo di vibrafono, xilofono e glockenspiel non presenti nei lavori precedenti.
Sicuramente scrivendo in italiano e rivolgendoci, per ora, ad un pubblico prettamente italiano, il testo e il significato di quest’ultimo vengono messi maggiormente in evidenza e resi più intellegibili anche alle persone che ascoltano il brano per la prima volta.
Siete un collettivo di diciotto elementi, con influenze che vanno dal jazz afroamericano al prog, dall’elettronica al soul: quando nasce un pezzo come “Ultime Volontà”, come riuscite a evitare che tutta questa ricchezza diventi dispersione invece che identità?
Penso che ci sia sempre stata una grande consapevolezza, fin dal primo lavoro in studio, di questa identità, nonostante la grande varietà di generi musicali toccati. E questo ha permesso, di disco in disco, di mantenerla viva, addirittura di migliorarla, grazie all’acquisizione di maggiore esperienza, competenza e maturità.
Inoltre certi modelli musicali di riferimento – per me primo fra tutti Frank Zappa – ci hanno aiutato a ricercare questa cosa: avere un’identità nonostante la grande varietà. E questo posso dire che è anche un nostro credo politico: le diversità sono una ricchezza, non un limite.
In passato avete parlato della musica come di una forma di racconto collettivo, spesso legata a resilienza, politica e trasformazione sociale. “Ultime Volontà” continua questo tipo di visione oppure rappresenta qualcosa di più intimo e personale rispetto ai vostri lavori precedenti?
Sicuramente Ultime Volontà ha una sua dimensione esistenziale e introspettiva, legata all’individuo; ma allo stesso tempo quell’individuo può essere chiunque di noi. Chiunque di noi può scegliere di rendere leggere cose che ci sembrano pesantissime, senza renderle però vuote; semplicemente imparando ad accettarle, a scoprirne la bellezza e la magia che nascondono.
E penso che tutto questo lo possa fare l’amore: scegliere di amare è un atto estremamente politico. Ultime Volontà, senza essere pretenzioso, vuole essere una sorta di racconto in cui ogni persona può entrare, immedesimarsi e uscirne cambiata.
Una delle cose più particolari del vostro progetto è il fatto che il live sembri essere il vero habitat naturale della band: quanto un brano nuovo viene pensato già immaginando il corpo del pubblico, il movimento, gli spazi e l’impatto fisico di diciotto persone sul palco?
In realtà i brani non sono mai stati pensati immaginando come reagirà il pubblico e che impatto avranno su di esso. Il primo focus è sempre la composizione nuda e cruda e poi le sensazioni, le emozioni che si vuole cercare di trasmettere e ciò che si vuole raccontare attraverso la musica e le parole; in primis capendo, durante la composizione, che emozioni suscita su noi stessi quello che stiamo componendo.
Abbiamo anche la fortuna che, comunque vada, il nostro numero e la massa sonora che possiamo generare sono sempre stati notevoli e non lasciano indifferenti, anche chi non è avvezzo al nostro tipo di musica.
In un momento storico in cui molta musica nasce in solitudine e viene rifinita fino a diventare quasi “perfetta”, voi continuate a difendere l’idea di collettivo, di errore condiviso, di energia umana. “Ultime Volontà” è anche una presa di posizione contro una certa standardizzazione del suono contemporaneo?
Come tutti gli artisti, quando si va in studio e si registrano nuovi brani, anche noi vogliamo fare tutto al meglio, tutto il più “perfetto” possibile. La bravura sta nell’essere esigenti e meticolosi ma allo stesso tempo riconoscere quando oltre quella perfezione non si può andare ed essere soddisfatti del lavoro fatto e del tempo dedicato.
Per quanto riguarda la nostra musica, tante idee sono nate e sono state sviluppate in solitudine e poi portate al collettivo affinché prendessero concretamente vita e si capisse quanto funzionassero e quanto dovessero essere sistemate e raffinate.
L’errore fa parte della crescita di ognuno di noi e va accettato e accolto senza giudizio, cercando come sempre di migliorarsi, aiutandosi reciprocamente. Questa è proprio la nostra forza: una grande umanità e un grande rispetto reciproco.


