In un’epoca in cui la musica sembra spesso inseguire la velocità dell’attenzione e le logiche degli algoritmi, Daniele Meneghin continua a percorrere una strada personale, fedele a una tradizione cantautorale che mette al centro le parole, le storie e il tempo necessario per raccontarle. Il Piccione Viaggiatore, il suo ultimo singolo, è un esempio perfetto di questo approccio: una canzone che sceglie la profondità della narrazione e l’immaginazione simbolica per riflettere sul viaggio, sul ritorno e sul bisogno umano di appartenere a un luogo.
Da sempre legato alla grande scuola dei cantautori italiani e francesi, Meneghin ha costruito nel corso degli anni una scrittura capace di fondere esperienza personale e letture universali, senza mai rinunciare alla propria autenticità. In questa seconda parte dell’intervista ci racconta il suo rapporto con la forma canzone, le influenze che hanno segnato il suo percorso artistico, il delicato equilibrio tra ispirazione e disciplina e il significato più profondo racchiuso nell’immagine del piccione viaggiatore.
Intervista a Daniele Meneghin
Nel panorama attuale dominato da brani sempre più brevi e immediati, hai scelto di proporre una canzone che punta molto sulla narrazione e sulla profondità del testo. Quanto è importante per te difendere un certo modo di scrivere canzoni oggi?
È il mio modo di fare canzoni, di raccontare storie. Forse faccio così perché non so farle in maniera diversa. Penso che la misura debba essere un’espressione del proprio io e del proprio tempo. Molto probabilmente la mia forma canzone risulterà meno attuale, ma questo non è un problema che mi pongo.
Ascoltando Il Piccione Viaggiatore si percepisce un equilibrio tra tradizione cantautorale e sensibilità contemporanea. Quali artisti o dischi hanno influenzato maggiormente questa fase della tua ricerca musicale?
Fin da piccolo la mia curiosità mi portava ad ascoltare i cantautori degli anni Settanta, dove le storie che raccontavano avevano una forza pazzesca e una scrittura illuminata. I cantautori della scuola italiana e francese sono ancora quelli che ascolto più volentieri.
Nel corso della tua carriera hai attraversato diverse stagioni artistiche. Guardando indietro, c’è qualcosa che oggi senti di aver finalmente imparato sul rapporto tra ispirazione e disciplina creativa?
Picasso diceva che l’ispirazione è importante, ma ti deve trovare che stai lavorando. Penso che questo sia vero al cento per cento: devi lavorare e, mentre lo fai, se arriva l’ispirazione allora la puoi cavalcare e darle forma. Ho imparato questo. In tutti i lavori l’importante è lavorare.
Le tue canzoni sembrano lasciare sempre spazio all’interpretazione personale di chi ascolta. Quando scrivi, pensi già a come il pubblico potrebbe appropriarsi delle tue storie oppure preferisci concentrarti esclusivamente sul tuo vissuto?
Scrivere una canzone è uno degli atti più egoistici che conosco e pratico. Non penso mai a chi l’ascolta, non è un problema mio. La canzone deve emozionarmi; se poi emoziona anche il pubblico, ben venga.
Se dovessi scegliere un’immagine, una scena o un fotogramma che racchiuda l’essenza de Il Piccione Viaggiatore, quale sarebbe e perché rappresenta al meglio il significato del brano?
Ho pensato molto a cosa potesse esprimere figurativamente al meglio la canzone e devo dire che la copertina del singolo è una rappresentazione grafica ben riuscita del concetto che il brano vuole esprimere. C’è il luogo, il viaggio, il mezzo per viaggiare e c’è l’incognita del ritorno.


