Dopo Non fare rumore, Iberico torna con un album che cambia prospettiva senza interrompere il percorso iniziato con il primo lavoro. “Entroterra”, in uscita il 17 settembre 2026, nasce dalla terra, dai luoghi d’origine, dalle persone incontrate e da tutto quello che continua a seguirci anche quando pensiamo di esserci lasciati qualcosa alle spalle.
La Calabria e Milano diventano così due punti della stessa geografia, mentre le storie raccontate nei dodici brani si muovono tra memoria, famiglia, relazioni, migrazione, perdita e temi sociali. Iberico parte spesso da un’immagine precisa — un temporale, una strada, un ricordo — e da lì lascia che la canzone trovi la propria direzione.
Se Non fare rumore era il disco dell’emersione, Entroterra è quello in cui mettere finalmente i piedi a terra e guardare cosa è rimasto. Non per tornare indietro, ma per capire quanto del passato continui a vivere nel presente.
Abbiamo parlato con Iberico di radici, scrittura, responsabilità del racconto e di questo nuovo capitolo del suo percorso.
“Entroterra” sembra nascere da una domanda molto semplice: cosa rimane di noi nei luoghi e nelle persone che attraversiamo? Quanto di questo album è un tentativo di tornare alle proprie radici e quanto, invece, è un modo per fare i conti con ciò che non può più tornare?
Credo che in Entroterra le due cose coincidano abbastanza. Tornare alle proprie radici, per me, non significa necessariamente tornare indietro o cercare di recuperare qualcosa com’era prima. Significa piuttosto capire cosa di quei luoghi, di quelle persone e di quelle esperienze è rimasto dentro di noi.
Da quando vivo lontano dalla Calabria mi accorgo che alcune cose che pensavo di aver lasciato lì continuano invece a seguirmi. A volte basta un odore, un paesaggio, una frase detta in un certo modo per riportarmi indietro. Ma non è nostalgia nel senso stretto: è rendermi conto che quel luogo continua a esistere dentro il modo in cui guardo le cose.
Nel disco ci sono molti ritorni, ma quasi mai sono ritorni possibili. Scrivendo Non tornerà, per esempio, mi sono reso conto che non stavo cercando di ricostruire la mia infanzia. Sapevo che era finita. Stavo cercando di capire perché alcune immagini di quel periodo continuassero ad avere un posto così preciso dentro di me.
Forse è proprio questo il significato che do alla parola Entroterra: non soltanto un luogo geografico, ma una specie di territorio interiore. Un posto in cui finiscono le cose che abbiamo attraversato e che, anche quando crediamo di averle lasciate alle spalle, continuano in qualche modo a formarci.
Quindi non penso che il disco cerchi di riportare indietro ciò che non può tornare: sarebbe impossibile e significherebbe andare contro Il corso del sole, per citare un altro brano dell’album. Piuttosto prova ad accettarne l’assenza e a capire cosa ne rimane. E forse le radici sono proprio questo: non qualcosa a cui bisogna necessariamente tornare, ma qualcosa che continuiamo a portarci dietro.
La tua scrittura parte spesso da immagini concrete — un temporale, una strada, una stanza, un volto — per arrivare a temi molto più grandi. Quando scrivi, sai già quale significato vuoi raccontare oppure lasci che sia la storia stessa, strada facendo, a rivelarti dove vuole andare?
Non ho un metodo unico, e credo sia una fortuna. Spesso i testi arrivano di getto: basta leggere qualcosa, vedere una scena o incontrare un’immagine capace di accendere una scintilla. Da lì il testo comincia a prendere forma quasi da solo.
Altre volte parto invece da un’idea molto precisa, mentre in certi casi tutto nasce semplicemente da una frase che continua a ronzarmi in testa. La scrivo e provo a seguirla, senza sapere necessariamente dove mi porterà.
Mi manchi da impazzire, per esempio, è nata da un temporale che avevo davanti durante un viaggio in moto. Più che il temporale in sé, però, credo siano stati l’aria di quel momento, il cielo, il paesaggio e le sensazioni che avevo intorno a guidarmi nella stesura del brano. È come se quell’ambiente avesse aperto una strada e io avessi semplicemente deciso di percorrerla.
Per questo non sempre conosco dall’inizio il punto di arrivo. A volte so perfettamente cosa voglio raccontare, altre volte è la canzone stessa a rivelarmelo mentre la scrivo.
L’unica cosa che rimane sempre centrale è il peso delle parole. Anche quando un testo nasce in modo istintivo, per me deve arrivare a dire qualcosa. È probabilmente la parte della canzone a cui do più importanza in assoluto.
Nel disco convivono storie autobiografiche e vicende che appartengono ad altre persone, fino ad arrivare alla guerra e alla storia di Roman Oleksiv. Cosa significa per te raccontare il dolore di qualcun altro senza appropriarsene e senza trasformarlo semplicemente in una canzone?
Quando racconto una storia che non mi appartiene cerco, per quanto mi è possibile, di entrare dentro la persona e nelle sue emozioni. Provo a immedesimarmi, a chiedermi cosa possa aver sentito in quel momento, cosa possa aver visto, quali pensieri possano averla attraversata. È probabilmente il modo che mi viene più naturale di scrivere.
Naturalmente c’è sempre un limite: posso provare ad avvicinarmi a un dolore, ma non posso dire di averlo vissuto. Per questo l’immedesimazione deve andare di pari passo con il rispetto della storia e della persona che sto raccontando.
Con Roman Oleksiv è successo proprio così. Dopo aver ascoltato la sua intervista al Parlamento Europeo, la sua storia mi è rimasta dentro. Quando ho iniziato a scrivere Non ci sei più ho provato a guardare quella vicenda attraverso i suoi occhi, a entrare nella dimensione emotiva di un bambino che si ritrova improvvisamente davanti a qualcosa di enorme e incomprensibile.
Ricordo che mentre scrivevo mi sono commosso fino a piangere, quasi come se, attraverso quel tentativo di immedesimazione, una parte del suo dolore avesse trovato per un momento un posto dentro di me.
Quando scrivo storie di questo tipo non voglio semplicemente raccontare ciò che è accaduto. Mi interessa soprattutto provare a restituire quello che potrebbe essere successo dentro quella persona. È lì che, per me, una storia smette di essere soltanto una notizia o un fatto e torna ad avere un volto, una voce, una dimensione umana.
Credo che la responsabilità stia proprio nel trovare questo equilibrio: immedesimarsi profondamente senza dimenticare mai che quella vita appartiene a qualcun altro.
Tra “Non fare rumore” ed “Entroterra” c’è un passaggio dall’acqua alla terra: dall’apnea allo scavo, dall’emersione a ciò che resta sotto la superficie. Se questi due album fossero due capitoli dello stesso viaggio, dove senti di essere arrivato oggi e cosa pensi ci sia ancora da scavare?
Non fare rumore per me rappresentava soprattutto un’emersione. C’era l’acqua, l’apnea, la necessità di tornare in superficie e prendere fiato. In quel disco volevo dare spazio a storie, situazioni e persone che spesso ignoriamo o facciamo finta di non vedere.
Con Entroterra lo sguardo si sposta anche verso di me e, allo stesso tempo, entra maggiormente nel quotidiano. Ho sentito il bisogno di raccontare luoghi, ricordi, relazioni e situazioni apparentemente semplici, cercando di capire cosa lasciano dentro di noi.
Rispetto al primo disco, qui ci sono più memoria personale, più frammenti della mia storia e una maggiore attenzione a ciò che accade nelle nostre vite di tutti i giorni.
Credo che questo passaggio mi abbia aiutato anche a capire meglio cosa voglio raccontare e come voglio farlo. Ma non lo considero un punto d’arrivo: ci sono ancora storie, persone, luoghi e parti di me che probabilmente devo ancora conoscere.
Prima è stato necessario riemergere, poi mettere i piedi sulla terra e guardare cosa c’era sotto. Adesso sono curioso di capire dove mi porterà il vento.


