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Dalla distonia focale a una nuova identità artistica: il mio viaggio attraverso il silenzio, l’immaginazione e la riscoperta della musica

di Veronica Lo Surdo

Per molti anni il violoncello è stato il centro della mia vita.

Non semplicemente il mio lavoro. Non semplicemente lo strumento che avevo scelto di studiare.

Era il modo attraverso il quale mi riconoscevo.

Quando qualcuno mi chiedeva chi fossi, non avevo bisogno di pensarci troppo: ero una violoncellista. Avevo studiato per esserlo, avevo costruito la mia vita professionale intorno a quello strumento e conoscevo perfettamente quella sensazione particolare che prova un musicista quando il proprio corpo e il proprio strumento sembrano parlare la stessa lingua.

Poi qualcosa è cambiato.

È arrivata la distonia focale del musicista.

Per chi non la conosce, la distonia focale è un disturbo neurologico del movimento che può compromettere gesti estremamente specifici e altamente allenati. Per un musicista può significare trovarsi improvvisamente davanti a qualcosa di quasi incomprensibile: sai perfettamente che cosa vuoi fare, hai ripetuto quel movimento migliaia di volte, eppure il corpo non risponde più come prima.

Ma per me la parte più difficile non riguardava soltanto il movimento.

Riguardava l’identità.

Chi sono, se non posso più essere la musicista che ero?

Quando dedichi anni alla costruzione di una carriera musicale, il confine tra ciò che fai e ciò che sei può diventare sottilissimo.

Per questo la distonia mi ha costretta ad affrontare una domanda molto più grande del violoncello:

chi sono io, se non riesco più a essere la musicista che ho sempre pensato di essere?

Per molto tempo ho cercato risposte.

Poi, progressivamente, ho cominciato a spostare l’attenzione.

Non volevo più definire me stessa esclusivamente attraverso ciò che vedevo accadere in quel momento. Ho iniziato a lavorare profondamente sull’immagine che avevo di me, sulle mie convinzioni, sul dialogo interiore e soprattutto sulla capacità di immaginarmi nuovamente libera con il mio strumento.

In quel periodo ho incontrato e approfondito ciò che oggi definisco Reality Creation, ispirandomi in particolare agli insegnamenti di Neville Goddard e ad altri percorsi dedicati al rapporto tra immaginazione, identità e realtà personale.

Per me è stato un cambio di prospettiva enorme.

Invece di domandarmi continuamente “quando cambierà ciò che sta accadendo?”, ho iniziato a domandarmi:

“Chi sarei io se questa storia fosse già finita?”

E ho cominciato a lavorare interiormente a partire da quella versione di me.

Voglio essere molto precisa su questo punto, perché quando si parla di salute le parole sono importanti: questa è la mia esperienza personale. Non presento la Reality Creation come una terapia medica per la distonia focale e non considero il mio percorso una promessa o un protocollo valido per altre persone.

Quello che posso raccontare è ciò che è accaduto a me.

E, nella mia esperienza, quel lavoro sull’identità, sull’immaginazione e sul mio stato interiore è stato centrale.

Oggi considero concluso quel capitolo della mia vita e sono tornata pienamente al violoncello.

Ma c’è qualcosa che non avevo previsto.

Non sono tornata indietro

Per molto tempo avevo pensato che il lieto fine della mia storia sarebbe stato semplicemente questo:

tornare a essere la violoncellista che ero prima.

Mi sbagliavo.

Perché nel frattempo era cambiato il mio rapporto con la musica.

Avevo iniziato a improvvisare.

All’inizio quasi come un’esplorazione personale: suonare senza dover riprodurre qualcosa che esisteva già, senza una pagina davanti che mi dicesse quale nota sarebbe dovuta arrivare dopo.

Poi quelle improvvisazioni hanno cominciato ad avere una forma.

Sono arrivate melodie.

Atmosfere.

Strutture.

Racconti.

E a un certo punto ho capito una cosa che oggi mi sembra quasi ovvia, ma che allora non lo era affatto:

stavo componendo.

Per tutta la vita avevo utilizzato il violoncello per dare voce alla musica scritta da altri.

Adesso, per la prima volta, il violoncello stava cominciando a raccontare la mia.

Nasce “Universo Quantico”

Da questa nuova libertà è nato Universo Quantico, il mio progetto originale per violoncello, costruito intorno all’incontro tra composizione e improvvisazione.

È probabilmente il progetto che rappresenta meglio la musicista che sono diventata.

Dentro c’è la mia formazione classica, naturalmente. Non desidero rinnegarla: è il terreno sul quale ho costruito tutto.

Ma accanto a quella formazione oggi convivono l’improvvisazione, la musica contemporanea, una forte componente narrativa e il mio amore per il linguaggio cinematografico.

Quando suono Universo Quantico, non mi interessa soltanto eseguire correttamente una sequenza di brani.

Mi interessa creare un’esperienza.

Mi interessa quello che succede tra una nota e la persona che la sta ascoltando.

Mi interessa soprattutto raggiungere anche chi magari non avrebbe mai pensato spontaneamente:

“Questa sera voglio ascoltare un concerto di violoncello.”

È da qui che nasce la frase con cui oggi definisco la mia identità artistica:

“Io sono l’artista che ha portato il violoncello a un pubblico che prima non sapeva nemmeno di amarlo.”

Per me non è soltanto uno slogan.

È una direzione.

Significa immaginare il violoncello fuori dai confini nei quali siamo abituati a incontrarlo e chiedermi continuamente quante persone potrebbero innamorarsi del suo suono se avessero semplicemente l’occasione di scoprirlo in un modo diverso.

Quando la musica incontra le immagini

Da questa nuova fase è nato anche il desiderio di scrivere per il cinema e per l’audiovisivo.

Ho sempre amato profondamente la musica per immagini, perché possiede una qualità che mi affascina: può raccontare qualcosa che il dialogo e l’immagine non dicono apertamente.

Può insinuare un dubbio.

Cambiare completamente il significato di uno sguardo.

Far percepire allo spettatore qualcosa prima ancora che sappia razionalmente che cosa sta accadendo.

Ho iniziato così a comporre per cortometraggi italiani e recentemente ho terminato la musica originale per un nuovo corto ambientato a Napoli.

Per me è un territorio che desidero esplorare sempre di più.

Ed è curioso pensare che proprio nel periodo in cui temevo di perdere una parte della mia identità musicale stesse, in realtà, cominciando a nascere una parte di me che ancora non conoscevo.

Il musicista che siamo prima ancora di suonare

Questa esperienza ha cambiato anche il modo in cui guardo gli altri musicisti.

Durante la nostra formazione impariamo moltissimo.

Studiamo tecnica, repertorio, interpretazione, armonia, storia della musica. Passiamo ore davanti allo strumento cercando il gesto migliore, il suono migliore, l’intonazione migliore.

Ma c’è una domanda che, almeno nella mia esperienza, affrontiamo molto meno:

chi è la persona che sta facendo tutto questo?

Qual è l’immagine che possiede di sé?

Che cosa pensa di meritare?

Come vive il giudizio?

Che rapporto ha con il successo?

Come si immagina davanti al pubblico?

Che cosa considera possibile per la propria carriera?

E cosa accade quando la realtà esterna sembra raccontarle una storia completamente diversa da quella che desidera vivere?

È anche da queste domande che è nato il mio lavoro come Reality Creation Coach per musicisti professionisti.

Non insegno alle persone come suonare il proprio strumento.

Lavoro su ciò che viene prima: l’identità della persona che prende quello strumento tra le mani.

Perché ho imparato sulla mia pelle quanto profondamente possa cambiare una vita quando cambia il modo in cui una persona vede se stessa.

Forse non dobbiamo sempre tornare indietro

Quando attraversiamo una crisi, desideriamo quasi istintivamente recuperare ciò che avevamo prima.

Vogliamo tornare alla normalità.

Tornare a essere quelli di prima.

Tornare al punto nel quale qualcosa si è interrotto.

Oggi, guardando indietro, credo che per me la domanda giusta non fosse:

“Come faccio a tornare alla Veronica di prima?”

La domanda era:

“Chi posso diventare adesso?”

Perché io non sono tornata indietro.

Sono tornata al violoncello, sì.

Ma ci sono tornata con qualcosa che prima non possedevo.

Con la libertà dell’improvvisazione.

Con la composizione.

Con il desiderio di scrivere per le immagini.

Con un progetto musicale completamente mio.

E con una consapevolezza diversa di ciò che significa per me essere un’artista.

Forse è questo il regalo più inaspettato che può nascondersi dentro alcune delle crisi della nostra vita: non necessariamente la possibilità di recuperare esattamente ciò che eravamo, ma quella di scoprire qualcosa che non sapevamo ancora di poter diventare.

Per molto tempo ho pensato che la distonia mi avrebbe tolto la musica.

Invece mi ha portata a scoprire la musica che non avevo ancora scritto.


Veronica Lo Surdo

Veronica Lo Surdo è violoncellista, compositrice e Reality Creation Coach per musicisti. È co-fondatrice di VLS Soloist Management. Il suo progetto originale Universo Quantico nasce dall’incontro tra composizione e improvvisazione e dalla ricerca di un nuovo rapporto tra violoncello e pubblico. Parallelamente compone musica per cinema e audiovisivo e sviluppa progetti dedicati all’identità artistica dei musicisti.

www.veraissel.it