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Ascoltare Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song significa accettare fin da subito che per Metcalfa la musica non nasce soltanto dalla musica. Il nuovo album di Metello Bonanno è attraversato da riferimenti che arrivano dal cinema, dalla televisione, dai paesaggi, dai luoghi amati e da un immaginario personale che finisce per diventare materia sonora. Il jazz e l’elettronica sono gli strumenti attraverso cui tutto questo viene tradotto, ma non sono necessariamente il punto di partenza.

Lo suggerisce già il titolo, preso da Twin Peaks, ma lo conferma soprattutto la tracklist: Shangri LaSeaside HillGreat Northern HotelApache DancePeregrineStrandbeest. Nomi che sembrano provenire da una mappa impossibile, fatta di luoghi reali e immaginari, riferimenti cinematografici, suggestioni artistiche e frammenti di memoria. Metcalfa non costruisce semplicemente delle canzoni: sembra raccogliere coordinate e trasformarle in paesaggi da attraversare con l’ascolto.

Ed è qui che il disco trova una delle sue caratteristiche più interessanti. La musica non cerca necessariamente di raccontare ciò che quei luoghi rappresentano, ma di restituirne una sensazione. La batteria, il pianoforte, i fiati e l’elettronica diventano così strumenti per modificare continuamente la prospettiva, come una macchina da presa che passa da un’inquadratura all’altra senza seguire una narrazione lineare. Ci sono momenti più ritmici e fisici, altri sospesi e quasi contemplativi, ma tutto sembra appartenere allo stesso universo.

In questo senso anche Human e Promessa, con le loro parti vocali, non appaiono come semplici parentesi pop all’interno di un lavoro strumentale. Sono piuttosto altre possibilità attraverso cui quell’immaginario può prendere forma. Gli interludi Poolside e Great Northern Hotel, invece, accentuano la sensazione di trovarsi dentro un film del quale non conosciamo necessariamente la trama, ma di cui riconosciamo atmosfere, luoghi e dettagli.

Il riferimento a Twin Peaks è forse il più evidente, ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto una citazione estetica. Nel mondo di Metcalfa sembra esserci la stessa curiosità per ciò che si nasconde dietro la superficie delle cose: un luogo familiare che improvvisamente diventa enigmatico, un paesaggio quotidiano che assume una qualità quasi onirica. È una sensibilità che permette al disco di muoversi liberamente tra jazz, elettronica e improvvisazione senza trasformare nessuno di questi linguaggi in una gabbia.

Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song è allora soprattutto un disco di contaminazioni, ma non nel senso più ovvio del termine. Non si tratta soltanto di mescolare generi musicali: Metcalfa mette in comunicazione esperienze, immagini e riferimenti diversi, lasciando che siano i suoni a creare dei collegamenti. È una sorta di archivio emotivo trasformato in musica, nel quale ogni titolo sembra aprire una porta verso un altro mondo.

Forse è proprio per questo che il disco funziona meglio quando non si cerca di interpretarlo troppo. Le sue suggestioni non chiedono necessariamente una spiegazione: chiedono di essere attraversate. E alla fine ciò che rimane non è tanto la sensazione di aver ascoltato un disco di jazz contaminato dall’elettronica, quanto quella di essere entrati per poco più di mezz’ora dentro un immaginario preciso, popolato da luoghi, immagini e ricordi che Metcalfa ha scelto di raccontare nel modo che gli è più naturale: senza descriverli, ma facendoli suonare.