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Intervista a Svegliaginevra tra “La foto migliore”, il nuovo disco “La fine della guerra” e il valore delle canzoni che restano nel tempo
Con “La foto migliore”, Svegliaginevra racconta la fine di un amore senza rabbia, ma con la consapevolezza che anche i ricordi più dolorosi possono diventare qualcosa da custodire. Un brano che racchiude la delicatezza di un sentimento intenso ma breve, proprio come un’estate destinata a finire ma impossibile da dimenticare.

Nel suo ultimo disco “La fine della guerra”, l’artista affronta il tema dell’accettazione, dei dubbi e di quelle domande che forse non avranno mai una risposta. Un viaggio tra fragilità e crescita, dove le canzoni diventano fotografie capaci di fermare emozioni e momenti della vita.


“La foto migliore” racconta un amore che finisce senza rabbia, ma con gratitudine. È stato difficile imparare che alcuni ricordi possono far male e, allo stesso tempo, essere qualcosa da custodire?

“La foto migliore” racconta di un amore intenso ma breve, proprio come l’estate che con i suoi colori caldi, il mare e le stelle dura solo tre mesi, ma si lascia ricordare facilmente sempre.

Tutti i ricordi insegnano qualcosa, soprattutto quelli più belli e quelli più brutti, perché ci cambiano, ci migliorano, ci fanno crescere e rendere conto che la vita è imprevedibile e che dobbiamo imparare ad accettare che le cose non sempre vanno come vogliamo e che un giorno capiremo tutto; e proprio quel tutto ci sembrerà più semplice di quando l’abbiamo vissuto.


Nel brano dici che le canzoni sono come vecchie fotografie: fermano un’emozione e la fanno rivivere ogni volta. C’è una canzone del tuo repertorio che oggi, riascoltandola, ti racconta una Ginevra che non esiste più?

Non credo esistano canzoni che raccontano una me che non esiste più, perché in qualche modo tutte le vecchie versioni di me fanno ancora parte del mio essere, anche se alcune meno di altre.

Sicuramente la consapevolezza dell’ultimo disco è lontana da quella che era la fragilità e l’incertezza del primo disco. Canzoni come “Elastico” mi ricordano che magari sono più matura, più risoluta, ma quella malinconica essenza in me non è cambiata ed è forse un tratto ormai riconoscibile nelle mie canzoni.


“La fine della guerra” sembra un disco che non cerca risposte definitive, ma accetta anche i dubbi. Pensi che oggi la tua musica serva più a capire ciò che provi o ad accettare che alcune cose resteranno sempre senza una spiegazione?

La fine della guerra parla proprio di questo, di vivere la vita ogni giorno accettando che alcune domande non avranno mai risposte ed è forse proprio questo il senso?

Forse sì. Quando smetteremo di farci delle domande, allora che senso avrà scoprire la vita, viverla senza sapere a cosa andiamo incontro, dove andremo e chi incontreremo?


Quest’estate porterai queste canzoni in tour, davanti a persone che le interpreteranno attraverso le proprie storie. C’è un momento del live in cui senti che un brano smette di appartenere a te e diventa davvero di chi lo ascolta?

Ce ne sono tante, forse “Piove sul mare” è stata inaspettatamente accolta e compresa come volevo senza spiegare niente.

La gente comprende e la gente lo sa. C’è il bisogno anche di certe canzoni, non solo di hit radiofoniche per ballare; e la storia parla chiaro riguardo alle canzoni eterne, che restano nel tempo.