Skip to main content

Con “Piano piano”, fuori dal 4 luglio scorso, Michele Coletta firma un EP che prende forma tra pop, reggae, disco-funk e sonorità mediterranee per raccontare emozioni, radici e incontri che segnano il cammino di ciascuno. Attraverso cinque brani, l’artista pugliese, genovese d’adozione, costruisce un viaggio che invita a rallentare senza rinunciare all’energia, restituendo alla musica il compito di accompagnare, più che inseguire, il tempo della vita. In un tempo difficile, sempre in prima fila schierati con la leggerezza del bello…

Nel disco convivono tanti generi diversi ma uno su tutto: la nostalgia per una certa disco. Come mai?

Come mai? Be io sono figlio degli anni a cavallo tra i 70 e gli 80. Sono  cresciuto tra disco, colori e paillettes era impossibile  non sentirne la mancanza. Solo chi l’ha vissuta può capire

Il reggae nasce come musica profondamente politica e comunitaria. Quando lo fai entrare nelle tue canzoni, senti anche il peso della sua storia oppure ti interessa soprattutto la sua capacità di trasmettere leggerezza e speranza?

Sicuramente il senso è quello di trasmettere leggerezza e speranza e soprattutto positività esattamente come poi spesso questo tipo di musica vuole fare. It’s raggae time è un po’ manifesto per chi ha paura di arrendersi davanti alle  difficoltà della vita. Ma la vita in realtà ci insegna che è fatta di alti e bassi, e che spesso dopo una caduta ci si può rialzare,  e anche grazie alla musica si può ritornare sul proprio cammino che pesavamo di perdere.

Parliamo di suoni… come li hai scelti e che tipo di lavoro hai fatto?

Beh, volevo dare a questo testo che ho scritto, una musica ben precisa e il reggae era quello giusto, mi è venuto spontaneo proprio perché è la musica della speranza. Poi ho pensato quale musica ti piacerebbe ballare d’estate con i piedi nudi per terra? Così è nata It’s raggae time

Tanta estetica di un certo passato eppure arrivano forti significati umani di vicinanza. Sembra un disco sociale più che un bel giro di suoni su cui muoversi a ritmo… vero?

Inconsciamente sì, perché ho sempre scritto testi che parlano di sociale. Qui però mi rivolgo a quello che è il micro mondo delle persone, partendo da me stesso. Di autobiografico in questo pezzo c’è tantissimo. L’esigenza in un momento storico come questo di vicinanza umana per me è tanta. Gli eventi a livello globale pare vogliano allontanarci l’uno con l’altro e per una persona come me che ama il contatto fisico, viaggiare e lo scambio culturale questa diventa non un esigenza ma una urgenza!

In un tempo così liquido ed estetico, che tipo di riscontro ha avuto per te questo lavoro e cosa pensi meriterebbe di raggiungere?

Io sono molto soddisfatto dei pezzi che ho scritto e che sono contenuti in questo EP che si chiami “piano piano” perché credo in alcuni riferimenti importanti  che in qualche modo devono tornare a farla da padrona nel contesto musicale che spesso li dimentica. Mi piacerebbe raggiungesse il grande pubblico, tantissima gente perché la immagino ballare felice con i miei pezzi. Sono un sognatore o no?