Sembrerebbe impossibile, ma in un’epoca dominata da miriadi di produzioni senz’anima e testi soffocati fra beat e autotune, è la vera Musica, quella più sanguigna e artistica, quella con la M maiuscola, a tornare in scena in tutta la penisola.
Autori di questa sferzata di energia onirica, dai deliziosi sapori retro new wave, sono, manco a dirlo, i Litfiba, che con la celebrazione dei 40 anni del loro capolavoro 17Re – finalmente completato dalla title track – tornano a ruggire con un rock autentico e godibilissimo, di cui, in Italia, loro rimangono i maggiori esponenti.
Don Ghigo, il Generale Maroccolo, il Marchese Aiazzi, il batterista Luca Martelli, chiamato a raccogliere l’eredità di un compianto Ringo De Palma e un redivivo Diablo (anzi, in questo caso Bandido) Piero Pelù – che, tornato scapolone secondo le regole di ‘Gioconda’ e che con questo tour si fa completamente perdonare anni di sbandamenti mediatici – infiammano platee affollate da migliaia di soprattutto 40/50enni, corsi ad ogni tappa per godersi questa incredibile e forse ormai insperata ‘redenzione’.
Perché in ogni concerto, dove i pezzi si susseguono alla maniera dei vecchi concept, tra suonato e parlato in un unico viaggio di ben due ore e mezza a dir poco esplosive, il trasporto emotivo è davvero pazzesco.
Siamo alla data di Bologna, Parco Le Sequoie: il concerto inizia alle 21.45, ritardato per un maltempo incipiente che non arriverà.
Si spengono le luci e mentre il volto scimmiesco del diciassettesimo Re sale enorme e lento sullo sfondo, le tastiere di Aiazzi intonano ‘Febbre’, che appare subito come un inno dei tempi andati. E lo fa in maniera pulita, in un solo strumentale di pura, meravigliosa malinconia.
Ma è ancora presto per i sentimentalismi ed è quindi il nuovo singolo, 17Re, a fare da ponte tra passato e presente, perfetto per rompere il ghiaccio.
Poi, con il pezzo successivo, si cambia davvero dimensione: all’improvviso si viene catapultati al Tenax dell’87, quando Maroccolo intona al basso il lungo intro di ‘Come un Dio’, seguito da chitarra e tastiere sognanti e accompagnato dagli sprazzi di quel suono di melodica di Pelù, che crea un trip mentale dai sapori lisergici.
Segue il primo attacco alle mafie e alle lobby, soprattutto a quelle petrolifere, per dare il via ad una incredibile ‘Oro Nero’, non più suonata da decenni, che anticipa le guerre di ‘Sulla Terra’ e ‘Vendette’, quest’ultima (non la si sentiva live dal 1990), col caratteristico assolo finale, reso strepitoso e travolgente dalla chitarra di Renzulli.
Tocca poi a ‘Ferito’ spostare l’attenzione sui conflitti attuali e a farsi manifesto di denuncia contro gli orrori e le ipocrisie dei genocidi.
Con ‘Apapaia’, ‘Ballata’, ‘Re del Silenzio’ e ‘Univers’, si torna invece a lambire i meandri della psiche, sfiorando le odissee dei viaggi astrali.
A seguire le note di ‘Tango’, anch’esse riesumate dalla cantina di Via de’ Bardi e introdotte dalla fisarmonica dell’Aiazzi e dallo slogan di Pelù: – è un tango di pace! – grida l’istrionico frontman.
Arriva poi il momento più “alcolico” della serata, perfettamente illustrato dalle strepitose ‘Cafè, Mexcal e Rosita’, ‘Gira nel mio Cerchio’ e ‘Cane’. Qui il tumulto rock entra davvero nel vivo.
Non può però mancare un tributo agli incredibili e famigerati anni ‘80: il mondiale dell’82 (- Chi c’era di voi?? – chiede Pelù. E tutti alzano la mano…), l’elogio al Presidente Sandro Pertini, ma anche il disastro nucleare di Chernobyl: e le parole della dirompente, successiva ‘Resta’, non usano mezzi termini: col corpo da scorpione non voglio stare.
Si conclude così l’interpretazione live integrale di quello che è stato il miglior album della storia del Rock italiano; eppure il concerto non è affatto giunto al termine e dopo un breve stop, i Litfiba ci regalano altre perle del loro repertorio, rigorosamente del periodo ’80 – ’89.
Si riparte da ‘Il Vento’.
Per l’occasione Pelù si presenta con il Tricolore: – non mi avete mai visto sventolare questa bandiera – afferma – ma oggi, più che mai, senza lo stemma sabaudo al centro, rappresenta il simbolo dell’Italia antifascista! –
Segue l’affascinante e orientaleggiante ‘Istambul’ e un affondo al quadretto storico del Papa solidale a Pinochet nell’aprile 1987, quando sotto il “balconazo”, le telecamere sorvolavano sulle cariche ai manifestanti: è l’approccio a ‘Santiago’ che parte zufolando per poi esplodere di energia.
È poi la volta della storica ‘Eroi nel Vento’ e di ‘La Preda’, lato B del primo singolo della band, targato 1983: – perché è facile, da dittatori, ritrovarsi prede! –
Con Tex si raggiunge il massimo della goliardia: nell’immancabile intramezzo del brano, dedicato al massacro del popolo pellerossa, Pelù fa roteare una catena alla cui estremità fluttua ciò che appare come un toupet giallo.
– Contro coloro che baciano il culo a quella testa di cazzo di Trump e che a sua volta lo bacia a un criminale di guerra, questo è il suo scalpo! A qualcuno non sta bene? E allora dai, venite ad arrestarmi! –
Non mancano frecciate alla supremazia maschile, agli artisti che non manifestano le loro idee solo per non perdere pubblico, a chi sostiene gli eccidi in Palestina e agli eccessi di potere, con un pensiero rivolto alla famiglia di Abderrahim Fakir.
Poi una nota di merito rivolta a sé stesso indicando il microfono: – il sottoscritto è uno dei pochi che canta ancora con il filo al microfono e senza il gobbo davanti! – dice – tutto a memoria! – e condisce con un – Suca!! – finale.
E un ultimo slogan:
– Con la violenza, gli algoritmi, le pressioni e la guerra psicologica si finisce con l’essere un po’ tutti bandidi! –
È il preambolo a Cangaceiro, che attacca con l’intro del 1993.
Infine, prima dei saluti, ciò che non si sentiva da tempo:
– Que viva el bandido Litfiba!!! – seguito dall’inchino alla platea e dall’abbraccio tra i componenti della band, prima di saltare giù dal palco a salutare il loro pubblico.
Sono passate le 00.30 e ogni cosa si è legata in un connubio pazzesco.
È il trionfo di un’epoca che si riaffaccia sul presente e ciò che regna, adesso, è uno stordimento piacevolissimo.
Alla prossima cari Litfiba: sappiate che c’è ancora molto bisogno di voi.
Mirko Francesconi



