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I CALANCO tornano con “sbaglio spesso”, un brano che affronta il tema della dipendenza affettiva trasformandolo in una riflessione più ampia sul bisogno umano di trovare un punto fermo in un’epoca sempre più incerta. Tra sonorità dirette e un ritornello dall’impatto immediato, la band costruisce una narrazione che mette al centro fragilità, contraddizioni e consapevolezze, senza offrire facili soluzioni ma invitando ad attraversare le proprie emozioni.

 

In questa intervista per MEI, il gruppo racconta la genesi del singolo, il processo creativo che lo ha portato dalla prima demo alla versione definitiva, le influenze artistiche che hanno accompagnato il lavoro e il significato simbolico nascosto dietro il titolo. Un dialogo che permette di entrare nel mondo dei CALANCO, dove musica e riflessione si intrecciano per dare voce alle inquietudini di una generazione in cerca di equilibrio.

 

“sbaglio spesso” sembra raccontare una forma di dipendenza che non riguarda soltanto l’amore, ma il bisogno stesso di restare aggrappati a qualcosa. È una lettura corretta?

Avete centrato perfettamente il nocciolo della questione. Sebbene “sbaglio spesso” utilizzi la cornice di un amore tossico e di una dipendenza affettiva da cui non si riesce a scappare, la nostra intenzione come CALANCO era quella di aprire una finestra su un bisogno molto più ampio e generazionale: la necessità viscerale di restare aggrappati a qualcosa, qualunque essa sia.  Nel 2026, l’essere umano si ritrova privato dei suoi storici punti di riferimento. Viviamo in una società liquida, dove le ideologie sono svanite, il senso di collettività si è perso e persino le relazioni più genuine sono costantemente intermediate e filtrate dalla tecnologia e dagli schermi. In un contesto così frammentato, in cui non si ha più un contatto diretto con la realtà o un controllo effettivo sulle scelte politiche e sociali, si genera un vuoto spaventoso. Per colmare questa vertigine, l’uomo preferisce aggrapparsi a una certezza, anche se tossica, disfunzionale o palesemente errata. Preferiamo fare la scelta sbagliata, pur essendone pienamente consapevoli, piuttosto che affrontare il vuoto del nulla. Il titolo “sbaglio spesso” è volutamente universale e non fa esplicito riferimento all’amore, proprio perché descrive una condizione esistenziale in cui, purtroppo, ci troviamo a navigare un po’ tutti.

 

Nel testo emerge una grande lucidità nel riconoscere il problema, ma non la forza per risolverlo. Perché avete scelto questo punto di vista?

Perché i lieto fine e le soluzioni pronte all’uso esistono solo nei film. La realtà è molto diversa, fatta di dinamiche complesse in cui non sempre si ha la forza immediata di risolvere un problema, e crediamo che questa fragilità vada accettata con serenità. Spesso la società contemporanea ci impone di essere performanti e di trovare risposte immediate a qualsiasi disagio. Per noi CALANCO, invece, la chiave non è affrettarsi a cercare una via d’uscita a tutti i costi, ma abbracciare il problema, viverlo fino in fondo e metabolizzarlo. Solo attraversando quella sofferenza e facendola propria si può sviluppare una consapevolezza reale e profonda, cosa che poi potrà veramente farci evolvere e non cadere più in quelle situazioni quando si riproporranno. Con “sbaglio spesso” volevamo fotografare esattamente quel momento di transizione: il limbo in cui vedi chiaramente dove ti trovi ma hai bisogno del tuo tempo per raccogliere le forze e fare il passo successivo.

 

Quanto vi interessa raccontare personaggi imperfetti e contraddittori?

In realtà, l’idea di parlare di “personaggi” imperfetti o contraddittori non ci interessa particolarmente di per sé. Il nostro focus è esplorare le dinamiche umane e l’atto stesso di abitare le emozioni, positive o negative che siano. Non a caso, il nostro intero disco si intitola “solchi”. I solchi sono le spaccature che il vento e l’acqua creano nel terreno, proprio come avviene nei nostri calanchi, parte integrante dei paesaggi delle zone da cui veniamo e in cui siamo cresciuti, ma sono anche le cicatrici che le esperienze, la rabbia, l’amore e i tradimenti lasciano sulla pelle di ognuno di noi durante il percorso di crescita.

Volevamo parlare soprattutto di questo, ma tornando al concetto di “imperfezione”, secondo noi è proprio lì che risiede la vera arte. Citando Friedrich Nietzsche ne “La nascita della tragedia”, il mondo si divide tra lo spirito apollineo, che insegue l’ordine, la perfezione e la forma razionale, e lo spirito dionisiaco, che rappresenta il caos, l’ebbrezza e il disordine creativo. È solo in quella lotta continua e senza fine, in quel disordine intimo, che l’arte può nascere e prosperare. Esplorare queste zone d’ombra, questi sentimenti viscerali e non filtrati, è l’unico modo che abbiamo per spingere chi ci ascolta in streaming o sotto il palco a riflettere davvero.

 

Le strofe accompagnano una progressiva presa di coscienza. Come avete costruito questa evoluzione narrativa?

Fondamentalmente, la scrittura di questo testo è stata un vero e proprio stream of consciousness e la struttura narrativa è nata dall’esigenza di creare un bilanciamento. Avevamo un ritornello travolgente che descriveva l’affanno emotivo senza una vera presa di coscienza, quindi avevamo bisogno di strofe in cui il protagonista cercasse, in modo quasi disperato, di riprendere contatto con la realtà e di riflettere lucidamente sulla propria situazione.  L’evoluzione non è lineare, ma piuttosto circolare ed emotiva. Strofa dopo strofa, il protagonista acquisisce sempre più dettagli e chiarezza sulla propria condizione di dipendenza affettiva, ma non c’è una risoluzione positiva. Si arriva a un finale in cui, anziché liberarsi da questo amore tossico, sembra quasi rassegnarsi ad accettare la situazione. Nonostante la totale consapevolezza del dolore, prevale il bisogno viscerale dell’altro, chiudendo il brano in quel limbo logorante e senza risposte, proprio la situazione di stallo che volevamo descrivere.

 

Il ritornello ha un impatto immediato e quasi liberatorio. È stato pensato come un contrasto rispetto al contenuto del testo?

In realtà no, non c’è stato un calcolo a tavolino, perché il metodo di scrittura dei CALANCO mette sempre la musica al centro di tutto. Quasi ogni nostra canzone nasce partendo dall’armonia e da una melodia vocale su cui abbozziamo parole istintive, a volte confusionarie ma che richiamano le sonorità che cerchiamo nel brano. Molto spesso, però, alcune di queste parole racchiudono già l’atmosfera esatta del brano, rimangono nel testo definitivo e diventano il nucleo attorno a cui sviluppiamo tutto il resto.  Quando abbiamo composto la prima bozza con la chitarra acustica, l’impatto immediato e liberatorio del ritornello era già lì, scolpito fin dal primo secondo. Solo in un secondo momento ci siamo accorti del contrasto straordinario che si stava creando: una melodia travolgente, quasi solare e “pop” nell’approccio, accostata a un testo che invece scava in una situazione personale decisamente complessa. Ci siamo letteralmente innamorati di questo contrasto e abbiamo deciso di spingerlo al massimo in studio, perché crediamo che la musica debba far muovere il corpo anche quando sta raccontando una ferita.

 

Quanto è cambiato il brano dalla prima demo alla versione definitiva?

Questo è il lato più magico della musica: dalla primissima demo alla versione definitiva, il brano non è cambiato quasi di una virgola. La primissima demo di “sbaglio spesso” è stata una registrazione al volo con il cellulare, nata da un’idea fulminea sotto la doccia. Appena uscito, abbiamo preso la chitarra acustica e il pezzo è venuto giù dal solo, da cima a fondo, con parole ancora abbozzate ma con la struttura già definita.  In sala prove ci siamo visti giusto due o tre volte per definire gli arrangiamenti e dare dinamismo: abbiamo inserito gli stacchi ritmici nelle strofe e l’assolo di chitarra, ma l’ossatura era esattamente quella iniziale. È stato un processo completamente opposto rispetto ad altre nostre canzoni, che spesso smontiamo, distruggiamo e ricostruiamo da capo. Essendo l’ultimo brano scritto appena due settimane prima di entrare in studio, ha portato con sé un’esperienza strana e bellissima: siamo andati a registrarlo senza averlo mai suonato dal vivo. In sala prove lo avevamo provato pochissimo e non era ancora mai stato cantato e suonato contemporaneamente in una sessione reale. Questo approccio così istintivo e “rischioso” è stato una palestra incredibile, un metodo di scrittura diverso che ci ha insegnato moltissimo e di cui faremo tesoro per il futuro.

 

Esiste una canzone o un artista che vi ha ispirato particolarmente durante la lavorazione?

Fondamentalmente no, non c’è stato un artista specifico a cui ci siamo ispirati, anche perché ascoltiamo tantissima musica e i nostri ascolti personali spaziano tra i generi più disparati. Tuttavia, una volta finita la prima bozza di “sbaglio spesso”, all’interno dei CALANCO sono nate le prime associazioni spontanee: a qualcuno di noi quel tiro ritmico e melodico ricordava molto lo stile dei Blur e del britpop anni ’90, ad altri invece sembrava strizzare l’occhio a sonorità più vicine ad artisti come Fontaines D.C. e più vicini al post punk.

Anche se ascoltiamo e amiamo molto la musica italiana, le nostre influenze strutturali e sonore guardano spesso all’estero. L’idea di far esplodere il brano direttamente con il ritornello, senza nessuna introduzione, si porta dietro un aneddoto particolare: ci era rimasta impressa un’intervista in cui Morgan analizzava una canzone, lodando la genialità e la forza d’impatto dei brani che scelgono di partire subito con il ritornello. Quell’intuizione è rimasta lì, custodita in un cassetto della nostra mente per anni, fino a quando non abbiamo scritto “sbaglio spesso” e abbiamo capito che era il pezzo perfetto per questa scelta strutturale.

 

Se doveste descrivere “sbaglio spesso” con una sola immagine, quale scegliereste?

Un Cane Mannaro. Una figura che si intravede appena, un “vedo-non-vedo” che fluttua e che terrorizza tutti, come il classico mostro dei film horror. Nei film dell’orrore siamo sempre abituati a schierarci dalla parte delle vittime, a immedesimarci con i protagonisti terrorizzati. Non ci mettiamo mai nei panni del “mostro” che in realtà ha una sua indole, una sua natura e una vita da rispettare. Molto spesso quel mostro si stava semplicemente facendo i fatti propri ed è stato disturbato o invaso nella sua intimità dai protagonisti, reagendo poi nell’unico modo che la sua natura gli consente. Con “sbaglio spesso” vorremmo che rimanesse proprio questo cambio di prospettiva. Vorremmo che chi ascolta provasse a non giudicare immediatamente ciò che è tossico, sbagliato o spaventoso, ma provasse a comprendere le ragioni profonde di quel comportamento. A volte il “mostro” dentro di noi, o nella persona che abbiamo accanto, sta solo reagendo a un’invasione o a un dolore. Smettere di guardare le cose con la lente del binarismo “vittima/carnefice” e iniziare ad accettare anche la parte più dionisiaca e animalesca di noi: ecco cosa speriamo che resti dopo l’ultimo accordo del brano.