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Il K-pop come universo visivo, culturale e collettivo.
Il palco come esperienza immersiva, tra concerto, teatro e racconto.
Abbiamo intervistato Giuseppe Stancampiano, regista di K-POP IS COMING, per entrare dentro uno spettacolo che non mette in scena solo un genere musicale, ma un immaginario.

Il K-pop è molto più di un genere musicale, è un immaginario globale. Come avete tradotto questa dimensione culturale e simbolica dentro uno spettacolo dal vivo come K-POP IS COMING?

Siamo partiti da un’idea semplice: il K-pop non si può ridurre alla musica, è un universo. E quindi non potevamo limitarci a “portare delle canzoni” sul palco.

Abbiamo lavorato sull’immaginario: colori, dinamiche di gruppo, identità fluide, trasformazione continua. Tutto quello che nel K-pop è simbolico – il sogno, la costruzione del sé, il rapporto con il pubblico – lo abbiamo tradotto in linguaggio scenico.

Il palco diventa uno spazio in cui quell’immaginario prende corpo, ma in modo vivo, non filtrato da uno schermo.


Tra musica live, coreografie, visual immersivi e narrazione, lo show sembra muoversi quasi come un’esperienza totale: quanto conta per voi creare uno spettacolo che vada oltre il concerto e sfiori il teatro?

Conta tantissimo, perché è esattamente lì che volevamo arrivare. Il concerto ti dà energia, il teatro ti dà profondità.

Unendo le due cose nasce un’esperienza più completa, dove lo spettatore non è solo coinvolto emotivamente, ma anche portato dentro un racconto.

Per me oggi è fondamentale questo tipo di contaminazione: il pubblico è abituato a linguaggi complessi, visivi, veloci. Se vuoi davvero catturarlo, devi costruire un’esperienza, non solo una performance.


Portate sul palco un universo nato altrove ma ormai profondamente globale: come si reinterpretano l’estetica e l’energia del K-pop senza cadere nell’imitazione, ma trovando una vostra identità scenica?

Il rischio dell’imitazione è altissimo, e infatti lo abbiamo evitato partendo da noi.

Non abbiamo cercato di “fare K-pop”, ma di dialogare con quel linguaggio. Abbiamo preso l’energia, la precisione, l’impatto visivo… e li abbiamo filtrati attraverso la nostra sensibilità, il nostro modo di stare in scena, anche la nostra cultura.

È un processo di traduzione, non di copia. E credo che il pubblico percepisca questa autenticità.


In un tempo in cui il K-pop parla anche di comunità, appartenenza e fandom, cosa vi interessa raccontare del rapporto tra questo fenomeno e il pubblico — soprattutto quello più giovane — attraverso lo spettacolo?

Mi interessa raccontare il bisogno di appartenenza che c’è dietro tutto questo. Il fandom non è solo entusiasmo: è identità, è riconoscersi in qualcosa.

I ragazzi oggi cercano spazi in cui sentirsi visti, ascoltati, parte di un gruppo. Il K-pop offre questo, e noi abbiamo voluto portarlo in scena.

Lo spettacolo diventa quasi un luogo condiviso, dove pubblico e performer stanno nella stessa energia. Non c’è più una separazione netta.

E forse è proprio questo il punto: non raccontare il fenomeno dall’esterno, ma farlo vivere insieme a chi lo guarda.