Un progetto che attraversa il tempo, le culture e il significato stesso della musica.
Con “Voci Ribelli”, Giangilberto Monti riporta nel presente canzoni che parlano ancora oggi, tra impegno civile, contaminazione e ricerca artistica.
Lo abbiamo intervistato per entrare dentro il senso più profondo di questo lavoro.
Intervista
1. “Voci Ribelli” nasce dal bisogno di raccontare qualcosa di importante oggi. Cosa ti ha spinto a riportare queste canzoni nel presente?
Il desiderio di non lasciare indietro esperienze importanti della mia carriera, che si intrecciano giocoforza con la mia vita. Scrivere una canzone non sempre significa raccontare il presente, ma può costituire un lascito per le generazioni a venire, soprattutto se gli argomenti sono legati a fatti storici – nel mio caso per i brani Balthazar, Algeri 1954, Tic-Tac – o al meglio della nostra cultura, e qui mi riferisco a Modì, dedicato al pittore Amedeo Modigliani.
2. Hai lavorato con musicisti di culture diverse. Cosa ti ha lasciato questo incontro, sia a livello umano che musicale?
Che nessun posto è lontano: siamo una razza che, se vuole sopravvivere, deve mischiarsi ad altre culture, superando le differenze. Un giorno le razze non esisteranno più, perché non esisteranno più distanze o confini. Non ci arriveremo in questa vita e nemmeno nella prossima, ma succederà. Quindi tanto vale sperimentare incroci insoliti.
3. Le tue canzoni qui cambiano veste e suono. Ti sei riscoperto anche tu in una forma nuova?
Non sono molto cambiato in questi cinquant’anni di carriera, le mie utopie rimangono identiche, ma cambiare le forme aiuta… altri prima di me l’hanno fatto meravigliosamente. Diciamo che ci provo.
Dario Fo mi diceva che un artista, alla fine, fa sempre lo stesso spettacolo. All’inizio lo fa per incoscienza, alla fine per esperienza… vedremo.
4. Secondo te oggi cosa significa essere davvero “ribelli”? E la musica può ancora esserlo?
La buona musica è ribelle per natura, e fare buona musica aiuta a stare meglio. Va comunque rispettata: il pubblico di solito capisce quando ti presenti in modo onesto sul palco, o dovunque ti permettono di esibirti, e apprezza l’entusiasmo o la schiettezza con cui cerchi di raccontare le storie che ti colpiscono.
Ma devi arrivarci preparato, devi studiare, devi faticare: non può essere pura ripetizione o semplice esibizione egotica. E soprattutto devi credere in quello che canti o racconti, devi rischiare i fischi e l’indifferenza.
Non devi “fare l’artista”, devi esserlo. Tutto qui




