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Vago pubblica un nuovo singolo, “Non mi dire”: il brano si inserisce in una fase di ridefinizione del progetto artistico, in cui la dimensione non viene mai isolata dalla resa sonora finale, ma viene accompagnata e rispettata fino alla sua traduzione in forma compiuta.

All’interno di questo approccio, la produzione non interviene come elemento correttivo, ma come dispositivo di mantenimento della “scintilla” originaria. Le prime bozze di arrangiamento, anche quando ancora parziali o non completamente definite, vengono considerate parte integrante dell’identità del brano.

Questo permette di preservare una dimensione istintiva che resta centrale anche nelle fasi successive, evitando una sovrastrutturazione che rischierebbe di alterare la natura iniziale del materiale.

Il progetto Vago si presenta così come uno spazio di continuità e ripartenza, in cui l’autore riconfigura il proprio percorso dopo una serie di traiettorie discontinue. La ricerca di un luogo creativo più stabile, libero da pressioni esterne, diventa il presupposto per una scrittura più aderente al momento presente e meno condizionata da aspettative di rendimento o posizionamento.

Che tipo di equilibrio hai cercato tra scrittura e produzione in “Non mi dire”?
Ho cercato di rispettare il brano e mettermi a sua disposizione. Credo sia venuta fuori una specie di colonna sonora per le immagini che mi evocava. In fase di produzione cerco di mantenere la scintilla che si crea in fase di scrittura quando, come in questo caso, la bozza di arrangiamento ha già degli elementi che anche se accennati o poco a fuoco sono distintivi.

Visto che questo è il primo passo del tuo nuovo percorso, quali sono i presupposti artistici dell’avventura di Vago?
Sicuramente quello di portare avanti il mio percorso artistico spesso travagliato e fatto di ripartenze e di fughe. Ho finalmente trovato una sorta di luogo sicuro dove poter esprimere ciò che voglio essere musicalmente senza alcuna pressione e con la libertà di ascoltare il momento e decidere come e quando. Ci sono già tante belle cose in ballo per il proseguio.

La scrittura di “Non mi dire” si distingue inoltre per una forte componente cinematica, che non viene però concepita come un obiettivo formale, ma come una conseguenza naturale del processo creativo. L’immaginario per immagini emerge in modo spontaneo e si radica anche nell’esperienza diretta dell’artista all’interno del contesto cinematografico, oltre che in una sensibilità personale verso la costruzione visiva del racconto sonoro. Le parole assumono così il ruolo di dispositivi narrativi che accompagnano sequenze mentali già definite in termini di inquadrature, movimenti e ambientazioni.

Il brano ha una dinamica molto cinematica: era un obiettivo iniziale?
La dinamica cinematografica è venuta da sé, credo sia una caratteristica della mia scrittura. Probabilmente influenzata dal fatto che “abito” all’interno del cinema in cui lavoro e dalla passione per il cinema. Mi piace immaginare che le immagini evocate dai testi possano avere un angolo di inquadratura o una determinata scenografia ma è un meccanismo spontaneo che esce in fase di scrittura.

Un ulteriore elemento centrale riguarda il rapporto con i musicisti coinvolti, chiamati a intervenire non come esecutori vincolati, ma come interpreti liberi di un’idea iniziale. La costruzione del brano si sviluppa così attraverso un processo di scambio, in cui l’identità finale nasce dall’interazione tra visione autoriale e contributo collettivo, in una dinamica che privilegia la contaminazione rispetto alla mera esecuzione tecnica.

Quanto spazio hai lasciato all’intervento dei musicisti coinvolti?
Sono partito da un’idea abbastanza chiara e come ho sempre fatto ho lasciato loro la libertà totale di interpretazione. Posso dare un input iniziale sull’idea che ho in testa ma poi deve avvenire quello scambio che solo facendo musica assieme si può provare. Influenzarsi e mescolarsi a vicenda è un atto creativo unico e raro e mi interessa che accada anche nell’arrangiamento di una semplice canzone.

La dimensione performativa prevale infine su quella di costruzione stratificata in studio: molte delle registrazioni vengono mantenute nelle loro prime versioni, scelte per la loro capacità di restituire un’intensità interpretativa più che una perfezione tecnica. Il risultato finale si avvicina quindi a una performance fissata nel tempo, in cui la forza espressiva diventa criterio principale di selezione.

Il risultato finale è più vicino a una performance o a una costruzione in studio?
Sicuramente alla performance. Quasi tutte le tracce sono state registrate 2 massimo 3 volte per poi scegliere quella che ci sembrava “più dentro” al pezzo. Quando un pezzo si regge sull’interpretazione come in questo caso conta più il cuore della tecnica. Avremmo potuto e forse dovuto ri-registrare vari strumenti ma il provino aveva una tale forza che abbiamo lasciato quasi tutte le prime take.