Da una passione nata sugli spalti di San Siro a un’idea che prova a trasformarsi in progetto concreto.
Nel libro “Una grande visione – di un cuore rossonero” prende forma il racconto di un percorso fatto di entusiasmo, ostacoli e determinazione, dove il calcio non è solo sport ma anche visione, impresa e futuro.
Tra burocrazia, politica e sogni legati al mondo dello sport, il progetto racconta otto anni di lavoro e l’idea di una grande arena sportiva capace di guardare avanti senza perdere il legame con il calcio più autentico.
Ne abbiamo parlato in questa intervista.
Intervista
In “Una grande visione – di un cuore rossonero” racconti come una passione nata sugli spalti di San Siro si sia trasformata in un progetto imprenditoriale. Quando hai capito che quell’amore per il Milan poteva diventare qualcosa di concreto e non solo una passione da tifoso?
Dopo la firma di un documento notarile davanti all’AD del Milan, prima poteva succedere di tutto.
Nel libro emerge un percorso fatto di determinazione, ostacoli e intuizioni. Qual è stato il momento più difficile in questi otto anni di lavoro sulla tua “grande visione”?
Quando vieni inevitabilmente tradito dal mondo politico che prima promette e poi spesso si tira indietro.
Il progetto di una grande arena sportiva nasce da un’idea ambiziosa. Secondo te cosa manca oggi allo sport italiano per riuscire a trasformare più spesso le intuizioni in progetti concreti?
Una riforma consistente della burocrazia pubblica e un modo diverso di fare politica anche nelle amministrazioni locali.
Nel tuo racconto torna spesso il tema del calcio romantico, fatto di relazioni e passione. Pensi che questo spirito possa ancora convivere con il calcio moderno, sempre più legato al business?
Sempre meno. Situazione che fa disinnamorare. I miei figli giocano a calcio ma non guardano più la partita in televisione.




