Con “Questo suono”, i tuttotace affrontano il tema del condizionamento sociale e di quel rumore invisibile che accompagna i nostri pensieri e orienta le nostre scelte. Tra sonorità emo e rock alternativo, il brano invita a riflettere sul rapporto tra individuo e collettività, mettendo al centro il valore del pensiero critico e della consapevolezza. Nell’intervista al MEI, la band racconta la nascita della canzone, il significato delle sue immagini più evocative e il percorso creativo che ha portato alla realizzazione di un brano capace di trasformare una riflessione profonda in musica.
Il brano affronta il tema dei giudizi automatici: pensate che oggi sia più difficile sviluppare un pensiero indipendente?
Sviluppare un pensiero indipendente è sempre stato un tema nella storia delle società. Il condizionamento degli altri viene sempre prima di una qualsivoglia riflessione individuale, anche se non ce ne accorgiamo, persino quando crediamo di star riflettendo in maniera completamente autonoma. Oggi, sicuramente, è ancora più difficile distinguere ciò che è “farina del proprio sacco” da ciò che invece è frutto di un condizionamento esterno, specialmente a causa dei nuovi media, in cui vita privata e vita pubblica sono diventate indistinguibili. La prima è sempre più simile alla seconda, come se ognuno di noi vivesse costantemente su un palcoscenico grande quanto l’intero mondo. Il rumore di fondo è altissimo e il “suono normale” dei pensieri altrui è onnipresente. Tuttavia, non crediamo che sia un problema legato solo al presente, forse è un tema più generale ed “esistenziale”, legato all’influenza della collettività sull’individuo.
Quando avete iniziato a riflettere sul concetto di condizionamento che attraversa la canzone?
Quanto è importante per voi mettere in discussione le certezze?
Mettere in discussione le certezze che sono alla base del vivere quotidiano è il compito di chiunque voglia vivere una vita all’insegna del senso critico, della riflessione su di sé e su ciò che lo circonda. Però, se è vero che è impossibile prescindere dal condizionamento esterno, è anche vero che non tutto ciò a cui si viene “addestrati” inconsapevolmente è da buttare via. La maggior parte delle cose che sappiamo le abbiamo apprese senza rendercene conto: in un certo senso, il condizionamento culturale è fondamentale per la vita di ciascuno. Non saremmo nulla senza gli altri, senza il mondo esterno, senza l’Altro, in senso lato. Rimane la necessità di saper filtrare e non prendere in maniera acritica proprio tutto tutto, ma capire quale condizionamento è buono e quale deleterio. A questo punto bisognerebbe capire cosa è “buono” e cosa “deleterio”, ma andremmo per le lunghe…
Quale immagine del testo rappresenta meglio il significato del brano?
Forse l’immagine migliore per rappresentare il brano è quella del “rumore di fondo”: l’insieme di pensieri che guida le nostre azioni anche quando non ce ne accorgiamo. È quel “suono normale” che precede ogni ragionamento e semplifica le scelte, perché ci risparmia di pensare. È lì, sempre presente, come un rumore bianco di cui non si è consapevoli finché qualcuno non lo fa notare. È un suono che, proprio per la sua “normalità”, si impone facilmente senza che possa essere messo in discussione. La canzone prova a raccontare la difficoltà di raggiungere questa consapevolezza: lo “spazio dei [nostri] pensieri” è fatto di cose che non possiamo sempre scegliere, per questo può essere una culla accogliente, ma anche una gabbia, una trappola da cui le parole degli Altri possono liberarci, nonostante le criticità che ciò comporta.
Come avete lavorato sugli arrangiamenti per tradurre musicalmente questo conflitto interiore?
Il lavoro sugli arrangiamenti è stato spontaneo, come sempre nella nostra esperienza di band: dalla bozza chitarra-voce all’arrangiamento completo c’è un abisso, che però nasce con una spontaneità difficile spiegare. Anche in questo caso, sembrava che l’arrangiamento avesse vita propria e si sviluppasse da solo, come se noi dovessimo solo limitarci a osservarlo mentre prendeva forma autonomamente.
Cosa vi affascina delle sonorità che mescolano emo, rock alternativo e influenze più personali?
Difficile da dire. Quello che ci affascina di questi generi è sepolto da qualche parte in un luogo abbastanza lontano dalla coscienza. Emo e rock alternativo sono i nostri linguaggi più immediati, sono i modi in cui ci viene spontaneo esprimerci.
Qual è stata la sfida più grande nella realizzazione del pezzo?
“Questo suono” ci è uscito fuori con una semplicità sorprendente. La bozza chitarra-voce è stata scritta un pomeriggio, in un paio d’ore. L’arrangiamento è stato chiuso dopo un paio d’ore di prove tutti insieme. Da una parte è anche naturale: quando l’abbiamo scritto suonavamo insieme da più di due anni, e avevamo già arrangiato insieme tutti gli altri brani del primo album.
Cosa avete scoperto su voi stessi durante la scrittura di “Questo suono”?
Nulla di nuovo, eravamo uguali a prima, solo che ci siamo fomentati molto perché ci rendevamo conto di aver scritto un bel pezzo. Forse la vera scoperta che abbiamo fatto scrivendo “Questo suono” è stata renderci conto che eravamo pronti per iniziare a pubblicare i brani a cui lavoravamo dal 2021, da quando abbiamo iniziato a suonare insieme. Quest’anno non vi daremo tregua, da qui a marzo 2027 ci saranno sorprese quotidiane. Non vediamo l’ora.


