Dopo gli EP “Tristitropici” e “Magical Animal”, il trio emiliano Tristitropici arriva al primo album con “Traduzioni”, anticipato dal singolo “Passaggio” e pubblicato da Brutture Moderne in digitale e vinile. Otto brani che intrecciano cantautorato, poliritmie e una scrittura capace di attraversare italiano, dialetti e altre lingue, alla ricerca di un equilibrio tra immaginazione e realtà. Un lavoro che amplia l’identità sonora di un progetto che veste panni di sospensioni e psichedelia romantica, ponendo la voce e la sezione ritmica al centro di un percorso che osserva il cambiamento come un continuo esercizio di riletture del mondo.
Dite che le liriche sono “in relazione con il nonsenso”. Ovvero?
Noi diciamo che la nostra musica non è mai in relazione con il nonsense, vale a dire che per quanto alcuni passaggi possano sembrare oscuri, folli e strani sottendono sempre a logiche di senso, significano.
Cosa intendiamo per “Traduzioni”? Che qui userei anche la parola codifica… del vero e del reale…
Questa manciata di traduzioni, che sono da intendere in senso più metaforico che letterale, traducono una nostra impressione del mondo, o per meglio dire la nostra relazione col mondo. Sono traduzioni di stati interni, invisibili ad occhio umano (che non si sottraggono spesso a una qualche forma di lirismo disarticolato) ma allo stesso tempo sono anche traduzioni della realtà e degli eventi ad essa connessi, di qualcosa sotto gli occhi di tutti, ma, appunto, non in direzione di quella che si potrebbe definire una trasposizione oggettiva della cosa – e dire “soggettiva” non sarebbe comunque completamente corretto – diciamo che sono traduzioni di una relazione, della relazione significante tra noi e la cosa.
La parola codifica sarebbe forse più adatta se trattassimo codici, laddove cioè si presuppone una corrispondenza punto a punto tra le parti significanti; considerate in questo senso le nostre traduzioni sarebbero tutte false. Voglio dire, non può esistere una buona o una cattiva codifica, la codifica può essere giusta o sbagliata, ma quante volte abbiamo preferito una traduzione invece di un’altra di uno dei nostri romanzi preferiti? Un disco che troviamo anche in vinile? Ve lo chiedo perché sembra davvero una dimensione analogica in tutto e per tutto… o sbaglio?
Sì, il disco è stato anche stampato in vinile in edizione limitata.
A dire il vero qualcosa di digitale c’è, perché comunque abbracciamo i tempi che viviamo, però, sì, in un certo senso è come se non ci fosse.
Quanta improvvisazione avete immortalato sul disco e quanta ne immortalate ogni volta in scena?
In realtà poca; diciamo che l’improvvisazione si presenta in un momento preliminare alla scrittura, è ciò che nella maggior parte dei casi fa nascere un riff o un’idea musicale, ma da quel momento in poi tendiamo a scrivere e fissare le parti. Dal vivo ci sono invece piccoli momenti in cui ci concediamo piccole libertà estemporanee all’interno di grandi architetture ben definite.
Un uso della voce che rompe le abitudini del pop italiano. Ovviamente siamo lontani anni luce dal pop… a che esigenza risponde una simile scelta artistica e di estetica? Abbiamo cercato di rimanere il più possibile aderenti a ciò che ci piace; a un certo punto abbiamo deciso di fare canzoni senza tuttavia farci ispirare dalle canzoni.


