C’è di tutto dentro questo nuovo disco. Ci sono gli anni ’50 con quelle sfumature rockabilly come dentro “A toast”, c’è il punk più scanzonato e colorato come dentro “The croock”, ma anche le tinte più severe di Drumming e di basso (opportunamente reso medioso) come dentro “Smile Baby Smile”… e il fuzz che colora la featuring con gli Animaux Formidables? Oppure le tonalità più radiofoniche come sfoggiate con i Meganoidi? Insomma c’è tanto e forse, sfumatura dopo sfumature, c’è anche di più dentro “Heart Pieces”, dentro il nuovo disco delle The Cleopatras…
Bentornate ragazze… posso dirvi che vedo grandi cambiamenti? Come a dire: c’è più “quiete” e capacità di contemplazione che irruenza punk… vero?
Il nostro ultimo lavoro rappresenta per noi un’evoluzione reale, sia dal punto di vista musicale che dei contenuti. Il tono ruvido e punk rimane centrale, perché fa parte della nostra identità, ma in questo nuovo disco che non a caso si chiama Heart Pieces, abbiamo sentito il bisogno di aprirci anche su un piano più intimo e personale. Accanto ai brani di critica sociale e politica, abbiamo voluto raccontare di noi: fragilità, dipendenze emotive, bisogni. È un modo diverso di essere punk, forse meno immediatamente “irruente”, ma non per questo meno potente. Del resto, “il personale è politico” come ci ricorda uno dei motti più famosi del femminismo.
Due belle featuring dentro questo disco… sono punti fermi del vostro cuore? Oppure ci sono altre ragioni che le spiegano?
Le nostre collaborazioni nascono sempre da incontri reali e da affinità vere, prima ancora che musicali. Con i Meganoidi ci siamo conosciuti su una nave, la mitica Punk on Sea, partita da Genova: un’esperienza incredibile, tra concerti e vita condivisa in mezzo al mediterraneo. Da lì è nata un’amicizia che è continuata nel tempo e si è trasformata naturalmente in una collaborazione su Amore Narcotico, oltre che nella nostra partecipazione al docufilm Meganoidi on the Rocks. Con gli Animaux Formidables, invece, condividiamo un’affinità estetica e sonora fatta di fuzz, istinto e immaginari ruvidi. Ma anche qualcosa di più: una presenza femminile alla batteria che per noi ha un valore simbolico importante. In Bangs in Your Head questa connessione si sente: il brano racconta una sorta di “strega voodoo” che, con un ritmo ipnotico, cattura chi ascolta e lo trascina dentro. Siamo molto felici di questa collaborazione, perché pensiamo che questa sintonia emerga sia nel pezzo che nel video.
Dal vivo: secondo voi il suono suonato sta sparendo o siete l’esempio e il manifesto di quanto si ha ancora fame di verità e non di macchine pensanti al posto nostro?
È vero che oggi spesso il suono viene sostituito o affiancato da elementi sempre più costruiti e artificiali, ma noi non ci perdiamo d’animo e anzi continuiamo a credere molto nel live suonato, nell’energia reale, nell’imprevedibilità del palco e nel rapporto col pubblico. È lì che succede qualcosa che nessuna macchina può replicare davvero. E la cosa bella è che vediamo ancora tanta gente, anche molto giovane, che ha voglia di questo: di verità e di contatto. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di portare avanti questa idea, con convinzione e resistenza.
Che poi dentro “Naturalmente Punk” lo dite… lo dichiarate… che poi risultare anacronistici, che problema c’è? Non fate parte di coloro che pensano che la coerenza e la caparbietà costruisce il futuro?
Sì, Naturalmente Punk è proprio questo: una dichiarazione di identità. Parla della nostra attitudine, della nostra spontaneità e del fatto che siamo riuscite a restare fedeli a noi stesse, anche nei momenti più difficili. Non ci interessa essere “al passo” a tutti i costi. Se questo significa risultare anacronistiche, non è un problema. Per noi la coerenza non è rigidità, ma consapevolezza: sapere chi sei e continuare a esserlo, anche quando il contesto cambia. Non cerchiamo di compiacere, cerchiamo di essere autentiche. E questo, per noi, è già un modo di costruire il futuro.
E a proposito di futuro, restando sul tema precedente: che rapporto avete con l’elettronica moderna? Quella che pensa e che aiuta?
Diciamo che il nostro rapporto con l’elettronica è piuttosto limitato… Siamo molto lontane da quel tipo di approccio: ci sentiamo più a nostro agio con strumenti suonati, amplificatori che frusciano e suoni non perfetti. È lì che troviamo la nostra dimensione.




