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“Testa rutta”, il primo singolo del progetto di Salvo Lupo, affonda le radici nella memoria collettiva e personale, intrecciando il racconto di una figura simbolo della lotta contro la mafia come Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, con una scrittura intensa e profondamente legata alla lingua siciliana. Il risultato è un brano che trasforma il dolore in una forma di resistenza poetica. In questo primo passo verso l’EP “Cu avi lingua passa u mari”, Salvo Lupo costruisce un immaginario che tiene insieme tradizione e tensione contemporanea. Ne abbiamo parlato con lui:

 

“Testa rutta” anticipa l’uscita del tuo primo EP. Quando hai capito che sarebbe stato proprio questo il primo brano da pubblicare?

Non c’è stato un momento preciso. Ad EP concluso, ma anche prima che terminassimo le registrazioni, sentivo che questo pezzo poteva in qualche modo sintetizzare le idee e lo stato d’animo dell’EP. Testa rutta ha un’aura, per me, molto particolare.

 

Raccontare Felicia Bartolotta significa confrontarsi con una storia già profondamente radicata. Da dove sei partito per metterla in musica e che cosa rappresenta la sua figura per te?

Per questa canzone, come per tutti i pezzi dell’EP, sono partito dallo studio: ho letto libri, guardato interviste e preso appunti. Da qui ho poi tratto una sintesi, che è diventata canzone.  Sono rimasto affascinato dalla sua forza e dalla ricerca di giustizia che andava oltre i limiti dell’età o delle ‘regole’ della società in cui viveva. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Peppino Impastato era un giovane attivista siciliano, di Cinisi. Peppino e i suoi compagni combattevano la mafia, non con la violenza, ma con la cultura, con i centri di aggregazione e con la radio. Si prendevano beffa dei mafiosi e dei potenti locali. Purtroppo, Peppino venne fatto saltare in aria il 9 maggio del 1978.  La mamma di Peppino lo difese sempre, sia in vita che dopo la morte. Quando infatti venne diffusa la notizia che Peppino era un terrorista e che la sua morte era legata ad un errore accidentale nella preparazione di un ordigno esplosivo, la madre si batté fermamente per rivendicare l’uccisione del figlio per mano mafiosa. Aprì le porte di casa sua per diffondere le idee del figlio e quasi involontariamente riprese il testimone della sua battaglia, trasformando il suo dolore in pratica antimafia. In lei non c’era vendetta né odio ma solo desiderio di giustizia. 

 

Il dialetto siciliano qui non è solo una scelta stilistica. Che ruolo ha nella costruzione emotiva del brano?

Il dialetto, insieme alla progressione armonica, mi ha aiutato a creare l’impatto emotivo del brano. Il siciliano ha il privilegio di esprimere una emozione o uno stato d’animo anche solo con una parola o con pochi termini. Una delle particolarità è che il significato di un termine può cambiare in base al modo in cui si pronuncia. Se avessi scritto il testo in italiano, avrei inevitabilmente utilizzato parole diverse.

 

Da qualche anno ormai vivi a Milano. Che cosa significa per te portare avanti un progetto in siciliano in una zona così lontana dal suo contesto d’origine?

In realtà è un modo per sentirmi legato alle mie origini. Cantare in siciliano mi lascia accedere ad una parte di me diversa. Questa cosa mi piace e mi stimola. 

 

Hai iniziato a lavorare al tuo progetto solista già nel 2023. Perché hai scelto di debuttare ufficialmente proprio adesso?

All’inizio mi sono concesso la possibilità di sperimentare, suonare nei locali e osservare la reazione del pubblico. Poi, circa due anni fa, ho iniziato una ricerca personale sulle figure di cui parlo nell’EP, tra le quali Felicia Bartolotta, ed in parallelo ho iniziato a scrivere questi brani. Una volta pronti, Io ed il mio produttore Oscar Mapelli ci siamo dedicati alle registrazioni.

 

Pensi che oggi la musica possa ancora essere uno strumento efficace di resistenza culturale?

La musica e l’arte in generale sono i pochi strumenti rimasti in grado di scuotere le coscienze o innestare il germe del cambiamento e della crescita personale e collettiva. In questo mi ispira la storia di Rosa Balistreri, una cantastorie siciliana. Rosa era analfabeta ma iniziò a suonare la chitarra e cantare, imparando a leggere e scrivere autonomamente. Nelle sue canzoni Rosa denunciava i soprusi dei potenti e la società patriarcale senza peli sulla lingua, arrivando perfino a collaborare con Dario Fo. La musica è diventata per lei uno strumento di crescita personale e culturale che le permise di resistere alla società in cui viveva. In questo senso la musica può diventare uno strumento di affermazione personale e di resistenza.