Streaming: https://open.spotify.com/album/4xzqglORyCBsVrWbQqxPsJ
C’è una storia affascinante dietro i Temple Factory, e parte da un luogo insolito: una sala prove costruita all’interno di una fabbrica meccanica di Brescia. È lì che Roberto Pedrotti ha radunato gli amici di sempre — Andrea Zuelli, Renato Montini e Stefano Sina — per cominciare a suonare insieme nel 2018. Da quella fabbrica è venuto fuori il debutto “It’s Time” del 2021, poi i singoli, e ora “A Matter of Feelings”, il secondo album che segna un capitolo nuovo.
Il capitolo nuovo ha un volto diverso. Diego Pardo, il cantante degli esordi, ha lasciato il gruppo per seguire altri percorsi. Andrea Zuelli ha scelto di spostarsi dalla chitarra al microfono — una scommessa che poteva non funzionare e invece ha funzionato: Zuelli ha trovato una voce che è sua, non un’imitazione di qualcun altro. L’ingresso di Mattia Gobbi alle chitarre e alla seconda voce ha completato la nuova formazione, arricchendola senza stravolgerne l’identità.
“Forty Days” apre il disco con un’immagine di maggio e di voli di api regine, ma è solo la superficie di un brano che scava nell’isolamento e nel desiderio di ritorno. “I try to keep myself safe, but shadows still pass by my door / The silence screams louder than ever before” — c’è una solitudine precisa in queste parole, quella di chi aspetta qualcuno che non c’è. La seconda parte del brano ribalta tutto: “I’ll be the one who never leaves, the voice that holds you through the night.” Da soli a due, dalla separazione all’appartenenza. È la grammatica emotiva dell’intero disco in miniatura.
“Rebel” esplode con la chiarezza di chi ha deciso di smettere di nascondersi: “We’ve crossed the line, we’ve broken every wall / This love was made for you and me / Let them talk, we know our nature / We were born to run like a rebel.” È un inno all’autenticità, all’amore che non chiede permesso. Nel contesto di un album che ruota intorno ai sentimenti come forza trasformatrice, questo brano è il momento di massima affermazione.
“Million Stars” porta il disco nella sua dimensione più lirica: immagini di stelle, di luci settentrionali, di onde e maree. “We move like waves of time / We ride the sound of stars.” Non è escapismo — è la metafora giusta per descrivere come certi amori cambino la percezione del tempo e dello spazio. La produzione di Simone Piccinelli costruisce intorno al testo un tappeto sonoro che fa onore all’ambizione del brano.
“Passenger” è il brano che più sorprende nel contesto di un album rock: “Maybe it’s sad, maybe it’s mad, maybe I’ll meet you again / Dry your tears to trust in sunrise / Perhaps someday, in sunny day, we will meet again.” È una canzone sul lasciarsi andare — che si tratti di una persona, di un momento della vita o di qualcosa di più definitivo. Il verso finale — “It’s time to rise, it’s time to fly” — non è una consolazione facile: è una necessità.
“Melody for Death” affronta il tema che meno ci si aspetterebbe in un disco di una band emergente, e lo fa con una maturità disarmante: “Death comes without a sound — she never sleeps / Smile, ‘cause she takes ‘em all / I’ve got no dreams to lose today.” Non paura, non disperazione: una lucidità serena che trasforma il momento più pesante dell’album nel suo punto di maggiore intensità artistica.
“Come Back Home” riporta la luce: “I want to leave all my fears behind, I’m clearing out the past / There’s only one thing on my mind — my comeback home.” È il brano più radiofonico del disco, quello che si immagina facilmente nelle playlist e nei live. Ma anche il più diretto nella sua dichiarazione di intenti: tornare a se stessi, liberarsi di ciò che non serve più.
“Drug Dose” riporta l’urgenza con tutta la sua forza: “Fading to dark, like a leaf I fall down / Lost my eyesight, lost my pride.” È il brano più rock del disco nel senso più tradizionale del termine — riff, intensità, un testo che urla il disagio senza filtri. “Time Is Over” chiude con uno sguardo generazionale: “Hey kids, don’t worry times are going to change / Hope is the light we find in the dark / But I swear — I won’t stop fighting.” È una promessa, non una sconfitta.
I Temple Factory con “A Matter of Feelings” hanno consegnato un disco vero, scritto da chi ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Da Brescia con tutto il rispetto.




