Con “Polaroid”, SKEYE racconta la forza dei momenti brevi, quelli che sembrano leggeri ma che restano impressi più a lungo del previsto. Un brano che gioca tra spensieratezza e verità, trasformando un ricordo in qualcosa di vivido e personale. In questa intervista, l’artista entra dentro il significato del pezzo, tra emozioni non vissute, consapevolezze e immagini che restano.
“Polaroid” racconta qualcosa di leggero ma che resta: cosa rende certi amori brevi così indelebili?
Un amore breve ha spesso solo lati belli, dolci e spensierati. Quando finisce, però, lascia dietro di sé tanti ‘se’ senza risposta. Forse è proprio il non vissuto che resta insieme ai ricordi, quell’interrogativo costante: e se fosse andata diversamente?
Nel brano c’è quell’equilibrio tra gioco e verità: quando hai capito che stavi raccontando qualcosa di tuo davvero?
L’ho capito quando ho finito di scrivere e ho riletto il brano per intero. Mi sono fermata un attimo a riflettere ed ero quasi senza parole, perché mi ero lasciata guidare così tanto dall’istinto da non rendermi nemmeno conto, mentre scrivevo, di quanto stessi raccontando qualcosa di davvero mio.
“Tienimi testa o sarò la tua croce” è una frase fortissima: è più una dichiarazione d’amore o una presa di coscienza?
In realtà è una sfida. Una sfida che poi si ribalta, e anche male: nella seconda strofa sono io a dover tenere testa all’altra persona, altrimenti rischio una specie di condanna, quella dell’amore non corrisposto.
“Polaroid” ferma un attimo: se dovessi scegliere una tua “foto” emotiva di oggi, quale sarebbe?
Parto dal presupposto che amo la primavera. Oggi, con questo bellissimo sole a Milano, mi immagino in un prato verde immenso a guardare il cielo, mentre il sole mi accende le lentiggini finché non tramonta.




