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C’è un momento in cui smettere di cercare un colpevole e iniziare a guardarsi allo specchio diventa un atto quasi rivoluzionario. È da questa intuizione che prendono forma i Relief con “Eh No!”, un singolo che sceglie l’ironia come strumento per affrontare un tema attuale e universale: la difficoltà di assumersi le proprie responsabilità.

 

Tra groove pop-funk, testi che fanno sorridere e riflettere e un videoclip costruito su situazioni surreali, la band firma un brano che racconta il presente senza cadere nel moralismo. In questa intervista ci parlano della nascita della canzone, del rapporto con i social, della collaborazione con i produttori Massimo Calabrese e Marco Lecci e della volontà di trasformare la leggerezza in un’occasione di confronto.

 

“Eh No!” affronta il tema della responsabilità personale con un tono ironico. Perché avete scelto questa chiave espressiva?

Perché l’ironia abbassa le difese. Se affronti certi argomenti puntando il dito, chi ascolta tende subito a schierarsi. Con un sorriso, invece, è più facile riconoscersi nei difetti che raccontiamo. In fondo Eh No! non accusa nessuno: compresi noi, parla di un meccanismo in cui tutti, prima o poi, cadiamo.

 

Quanto vi ha ispirato il modo in cui oggi si sviluppano le discussioni sui social?

Molto. Oggi sembra che ogni confronto debba trasformarsi in una gara a chi ha ragione. I social hanno amplificato questa dinamica: spesso si reagisce prima di ascoltare e si cerca più un colpevole che una soluzione. La canzone nasce anche osservando questo clima.

 

Il vostro messaggio è rivolto a qualcuno in particolare oppure è una riflessione che riguarda tutti?

Riguarda tutti. Il brano è nato da alcune osservazioni molto specifiche, ma durante la scrittura ci siamo accorti che il tema era molto più universale. Ognuno di noi, almeno una volta, ha fatto fatica ad assumersi le proprie responsabilità.

 

Dal punto di vista musicale avete scelto sonorità pop-funk. Cosa vi permettono di raccontare rispetto ad altri linguaggi?

Ci permettono di affrontare un argomento serio senza appesantirlo. Ci piace quando una canzone ti fa muovere la testa e contemporaneamente ti lascia qualcosa su cui riflettere. Quel contrasto tra leggerezza musicale e contenuto ci rappresenta molto.

 

Com’è stato lavorare con Massimo Calabrese e Marco Lecci alla produzione del singolo?

È stato un confronto molto stimolante. Hanno saputo valorizzare le nostre idee senza snaturarle, aiutandoci a rendere il brano più essenziale ed efficace. Per una band come la nostra, che ama sperimentare, avere uno sguardo esterno così competente è stato fondamentale.

 

Il videoclip utilizza situazioni surreali anziché raccontare il testo in modo diretto. Perché avete scelto questa strada?

Perché non volevamo realizzare un videoclip didascalico. Il brano invita già alla riflessione, quindi il video poteva permettersi di essere il suo contrappunto: assurdo, ironico e autoironico. Ci piaceva l’idea che anche noi diventassimo oggetto della battuta.