Skip to main content

Eccoli i PINHDAR che tornano con un disco dal titolo “Comfort in the Silence” (che ci saremmo attesi in vinile venendo fuori da un ascolto precedente prezioso come “A Sparkle on the Dark Water” del 2024. Oggi il duo composto da Cecilia Miradoli e Max Tarenzi torna con un lavoro decisamente più attento alla contemplazione, alla sospensione… ci arriva nelle vene quell’inferno silente che governa il tempo fermo prima di una nuova tempesta. E come sempre, a loro dobbiamo il vero linguaggio trip-hop/dark che in Italia non tanto si riesce ad ascoltare… fatto così, come si deve, come scuola bristoliana insegna…

Chi sono i PINHDAR oggi? Nel senso: quanto di questa distopia che stiamo vivendo ha inciso sul vostro suono e sul vostro modo di pensare alla forma?

Ciao grazie delle domande.Il progetto PINHDAR è nato in piena pandemia e l’aspetto distopico non ha potuto che incidere fin da subito sul suono e sul mood generale di testi e temi trattati. Sempre con un tentativo di fuga in possibili realtà parallele però. Purtroppo da allora c’è stato un crescendo di follia nel mondo che abbiamo affrontato prima con dolore, poi con un tentativo di distacco non freddo ma rivolto all’interno. Una sorta di resilienza che cerca nel silenzio, inteso come contrapposizione al rumore del mondo sempre più aggressivo e sopra le righe, la forma minima di resistenza.

Riascoltando “A Sparkle on the Dark Water” ho come l’impressione che oggi abbiate usato meno macchine e computer… sbaglio?

L’elettronica è ormai imprescindibile e ha sempre un ruolo importante nella nostra produzione ma in “Comfort in the Silence” è più “inglobata” e meno in attrito con voce e chitarra, da qui la tua percezione.

Il suono è sicuramente più stratificato e denso, inoltre al basso c’è la novità di Lee Pomeroy (Archive) che aggiunge un’ulteriore layer organico.

Silenzio come luogo di conforto… come soluzione… una bella provocazione in un tempo così devoto al rumore… vero?

È proprio così: il mondo ha preso una direzione di rumore e caos, di aggressività e violenza, il silenzio non e’ passività ma una forma minima di resistenza per trovare internamente quegli elementi di umanità che sembrano dimenticati.

La distopia anche dentro i ricami di questa copertina… sembra un tornare alle origini ora che gli uomini hanno perso la loro identità…a voi la palla.

La copertina è ancora una volta tratta da un quadro di cui ci ha fatto omaggio James Johnston pittore e grande musicista d nei cui tratti scuri ed evocativi, ci ritroviamo molto. Se tornare alle origini vuol dire tornare umani, e’ necessario provare a guardarsi dentro e cercare quegli elementi di umanità che possiamo ancora vivere e condividere perché l’alternativa non sembra avere futuro su questo pianeta.

Opporsi alla violenza: secondo voi la musica può ancora avere un ruolo in tal senso?

Ogni atto fatto con sincerità e passione può avere un ruolo nell’opporsi alla violenza e in questo la musica e’ quello più immediato e potente tra le cose belle che l’essere umano e’ capace di creare.