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Soulmetry Living Room Session è nato in casa, tra silenzi conosciuti e presenze quotidiane. Tra le stanze in cui vivo ci sono oggetti che nel tempo sono diventati parte del mio paesaggio interiore, e che senza farsi notare troppo, finiscono per intrecciarsi ai gesti, ai pensieri, alla musica. Accompagnano le giornate, la scrittura, l’ascolto e, in modi diversi, anche la musica. Questi sono alcuni di loro.

Il pianoforte

È il centro gravitazionale della mia casa. Più che uno strumento, è uno specchio che negli anni ha accompagnato i cambiamenti, le domande e le trasformazioni della mia vita. Tutta la mia musica nasce da lì, spesso seguendo un’intuizione più che un progetto. Registrare Soulmetry Living Room Session è stato come riportare i brani alla loro sorgente.

 

 I vinili

Sono dischi ereditati e acquistati nel tempo. Luoghi impressi nella mia memoria che tornano ogni volta nel gesto di prenderli in mano, guardarli, ascoltarli come se fosse la prima volta. Mi piace averli accanto, dietro al pianoforte: è come se da lì arrivassero protezione e amore.

 

 La tazza di tè

Il rito del tè entra spesso nei miei momenti di musica. È un gesto lento che apre uno spazio diverso. In Soulmetry tutto segue una linea che ha a che fare con il tempo delle cose. Il tè si inserisce lì, tra il suono e il silenzio, come un passaggio naturale nel rispetto dell’essere umano e della sua diversità.

 

Le candele

La luce delle candele entra spesso nei miei spazi di musica. È una luce naturale in ambienti morbidi, che cambia continuamente forma. A volte la vedo muoversi sui tasti del pianoforte, come se danzasse insieme al suono, instabile e viva. In Soulmetry questa vibrazione lieve appartiene al modo in cui le cose accadono, senza rigidità, tra respiro e presenza.

 

Le cuffie

Le cuffie sono state il punto in cui il suono si è avvicinato al dettaglio. Durante Soulmetry Living Room Session mi hanno permesso di entrare nelle sfumature, nei respiri, nelle piccole imperfezioni che restano quando la musica si forma da vicino, nel suo stato più vero.

 

Gli Shipibo

Gli oggetti Shipibo arrivano dalla mia famiglia materna, da mia nonna a Lima. Sono parte di una tradizione del Perù amazzonico in cui le forme geometriche, chiamate kené, non sono ornamento ma linguaggio.Si dice che questi disegni nascano da visioni e si traducano in trame che somigliano a mappe: flussi, quadranti, serpenti, costellazioni, strutture che riflettono una cosmologia in cui il mondo è intrecciato come una partitura. Le stesse geometrie sono legate ai canti, gli icaros, come se musica e disegno appartenessero allo stesso movimento. In casa li sento come una presenza che attraversa la musica, una memoria che si muove tra forma e suono.

 

I quaderni

Scrivo di getto quando la musica suggerisce qualcosa. Appunti sparsi, parole, accordi. Poi torno sopra tutto con calma, e ricompongo. È un movimento continuo tra istinto e metodo, tra ciò che arriva e ciò che resta. Sono tutti diversi, con copertine molto colorate e scritte piene di luce.

 

I tappeti

I tappeti sudamericani di mia nonna sono sempre a terra, nello spazio in cui vivo e lavoro. Mi ci siedo spesso per cercare un contatto più diretto con la terra: da lì canto, compongo e scrivo, guardando il pianoforte da una prospettiva diversa, quasi dal suo interno. Da sotto il suo corpo diventa impressionante, una presenza solida, viva. È come se contenesse anche i passi di chi ha suonato qui prima di me, il ritmo dei piedi, un beat antico che continua a passare attraverso lo spazio.

 

 Le piante

Ci sono piante che hanno ascoltato tutto, dalla registrazione di Soulmetry, sempre avvenuta in salotto, ai momenti in solitaria intrisi di pensieri fino alla live session. La cosa che mi sorprende è che, dopo i passaggi più intensi, spesso regalano fioriture inaspettate. È un movimento che sento molto vicino alla musica.

 

Gli oggetti del mare

C’è qualche conchiglia, qualche pietra e un bastone marino levigato dall’acqua. Oggetti raccolti in momenti diversi, che portano con sé il movimento, la memoria e l’energia del mare. Al centro c’è un cavalluccio marino in ceramica. Mi affascina per la sua delicatezza e per la forza silenziosa che rappresenta. È un animale unico: vive seguendo correnti lente, in equilibrio tra fragilità e resistenza. C’è qualcosa di profondamente musicale in questo modo di abitare il mondo: attenzione, tempo, spazio. Il mare mi ricorda che il silenzio non è assenza. È da lì che le cose emergono, come le onde, come la musica.