“Canti a Lucendiluna” è un progetto che affonda le sue radici nella tradizione corsa, aprendosi al tempo stesso a un respiro universale e contemporaneo. Nato dall’incontro di sensibilità artistiche diverse, il disco si configura come un viaggio tra culture, linguaggi e identità. Segnato dalla scomparsa di Stéphane Casalta, il lavoro porta con sé una forte dimensione umana oltre che musicale. In questa intervista, Rosela Libertad e Franco Radicchia raccontano la genesi, le sfide e il valore collettivo di un’opera che supera i confini.
Il disco “Canti a Lucendiluna” nasce da una forte radice nella tradizione corsa ma si apre a linguaggi universali: quanto è importante per voi un progetto che unisce identità locale e visione internazionale?
Rosela Libertad: Nel mondo attuale, il fatto di poter integrare un’identità così forte come quella della cultura corsa a una visione più aperta verso l’internazionale penso sia molto importante non solo per valorizzarla di più ma anche per generare un dialogo con altre realtà. Questo permette di trovare uno spazio comune di scambi e di arricchimento non solo a livello artistico ma personale. E a questo punto, credo che rispecchiarsi negli altri sia importante per capirsi un po’ meglio a se stessi.
La scomparsa prematura di Stéphane Casalta ha segnato profondamente questo lavoro: come cambia il ruolo di voi, in quanto coprotagonisti, quando si ha la responsabilità di portare a termine e valorizzare un’opera così intensa?
Rosela Libertad: Senz’altro la responsabilità è tanta perché ci vuole avere molta chiarezza per comunicare correttamente sull’obiettivo dell’opera quando viene a mancare chi era l’artista principale e direttore artistico del progetto. Nel piano personale, essendo la compagna di vita e di palco di Stéphane, questo mi coinvolge in modo particolare ancora.
Con Luca Falomi, e Franco Radicchia (direttore di Armoniosoincanto), che non solo sono colleghi ma cari amici da anni ormai, abbiamo sviluppato un lavoro in squadra che ci ha permesso di finalizzare il materiale e di poter promuoverlo. Loro sono stati a fianco a me sin dal primo momento dopo la scomparsa di Stéphane, e il loro contributo è stato molto importante per prendere delle decisioni e, in generale, ricostruire la storia del progetto.
Il progetto mette insieme mondi musicali diversi, dal canto tradizionale al jazz fino alla polifonia colta: avete sentito il rischio o la necessità di investire nella contaminazione?
Rosela Libertad: Io direi che era una necessità profonda che Stéphane portava in sé. Lui era una persona con un grande interesse per le altre culture, e con gli anni ha sviluppato diverse collaborazioni alla ricerca di un linguaggio universale. È proprio così come lui definiva “Canti a Lucendiluna”: “un viaggio musicale e umano che cerca di superare tutti i confini”.
Questa necessità l’ha spinto a incontrare Franco e Armoniosoincanto, Luca, me e tanti altri artisti con cui ha lavorato, ma non credo che lui abbia sentito la collaborazione come un rischio. Anzi, Stéphane sempre trovava il punto giusto, equilibrato, dove tutti questi mondi s’incrociano.
Ciascuno di noi, partecipanti al disco, siamo sulla stessa linea di pensiero, e chiaramente condividiamo questa visione.
La collaborazione tra artisti come Luca Falomi, Armoniosoincanto e Rosela Libertad mostra un forte lavoro collettivo: quanto conta costruire reti artistiche rispetto al puntare su singole individualità?
Franco Radicchia (Dir. Armoniosoincanto) : Chiaramente l’unione fa la forza, in questo caso una forza nella creatività e nell’espressione. La sinergia del nostro gruppo è risultata perfetta per la concordanza delle idee esecutive e delle varie situazioni sonore che via via si stavano creando con il nostro lavoro. Quando più artisti si mettono insieme intorno ad un’idea musicale, il risultato che ne consegue è la somma dei vari talenti che, nella diversità di idee, trovano coesione e concordanza. Proprio questo è successo con “Canti a Lucendiluna”: realtà musicali di diversa estrazione e formazione che hanno creato un’idea artistica unica e piuttosto originale.
Il disco ha avuto una gestazione che parte dal live per arrivare allo studio: nel panorama attuale, quanto è ancora centrale la dimensione dal vivo nello sviluppo e nella promozione di un progetto discografico indipendente?
Rosela Libertad: La dimensione dal vivo ci ha permesso di entrare in connessione profonda tra noi per poter dare a ogni brano la giusta interpretazione. Penso che senza il vivo, riuscire a registrare il disco sarebbe stato più difficile. Non dimentichiamo che questo è un ideale umano oltre all’aspetto musicale. Indubbiamente, il vivo è anche importante per la promozione, ma in queste circostanze si punta a spargere la voce con una strategia diversa, raccontando l’esperienza e facendo ascoltare la musica registrata su tutti i canali di diffusione possibili.
“Canti a Lucendiluna” sembra puntare più sulla profondità artistica che sulle logiche commerciali: secondo voi quali sono oggi le principali sfide nel trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e ricerca musicale?
Franco Radicchia: Certamente il disco non ha come scopo primario il risultato commerciale, ma la comunicazione del messaggio profondo presente nei testi di Stéphane e nelle melodie che ben li evidenziano. Non è per nulla facile trovare l’equilibrio giusto tra le spese materiali e una ricerca artistica che soddisfi le ambizioni dei musicisti, ma questo è possibile quando a creare il prodotto musicale sono professionalità che mettono avanti a tutto, passione, talento e piacere nello stare insieme con la consapevolezza di fare il meglio e gioire della propria arte.
In questo percorso, tutto ciò ha permesso anche di individuare i finanziamenti necessari e di beneficiare del sostegno della Collectivité de Corse, che ha contribuito alla realizzazione del progetto, rendendo possibile un equilibrio tra la dimensione economica e quella artistica.




