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Più che un disco, Monologo Addosso sembra un attraversamento. Un luogo in cui poesia, improvvisazione, voce e materia sonora si incontrano fino a confondersi, trasformando il testo in gesto musicale e il suono in esperienza percettiva. Il progetto riunisce tre musiciste dalla forte identità — Beatrice Arrigoni, Maddalena Ghezzi e Francesca Naibo — in un lavoro che mette al centro la parola poetica come spazio vivo, da attraversare e trasfigurare. Ne abbiamo parlato con loro in un dialogo che tocca scrittura, ascolto, vulnerabilità e meraviglia.

“Monologo Addosso” non è solo musica ma trasformazione della parola: quando capite che un testo diventa suono?

Beatrice:
“Penso che la parola in sé e per sé sia innanzitutto suono, e che la sua componente fonica possa essere più facilmente colta, esperita e valorizzata nel momento in cui il testo entra in relazione con la musica. La poesia, più di ogni altro ambito letterario, permette di fare esperienza diretta della parola come suono: costruisce schemi ritmici, fonici e metrici, facendo del testo un universo articolato di suoni e significati.

Per questo la poesia è per me un ambito privilegiato a cui attingere musicalmente. Anche nell’improvvisazione mi permette di sperimentare istintivamente con la parola in termini di suono ed evocazione espressiva. Mi piace lavorare con testi poco narrativi, evocativi, densi di significati universali. E credo che la poesia di Elena Cornaggia incarni tutto questo: testi potenti, sintetici, profondi, che ci hanno permesso di trovare una direzione espressiva anche a livello musicale.”

Maddalena:
“Concordo a pieno con Beatrice, testo e suono sono così interconnessi. Spesso nella mia composizione mi è capitato che il suono diventasse testo, ovvero sentivo fortemente la connessione con un suono per poi percepire una parola attraverso di esso. Adoro come queste due dimensioni si mescolano costantemente nelle nostre vite quotidiane.”

Francesca:
“Trovo una forte analogia tra l’atto operato da chi scrive versi e da chi produce musica: la cura per scegliere parole e suoni richiede attenzione, decisione, coraggio. Le composizioni sonore o poetiche sono oggetti preziosi da custodire, perché includono varietà di colori e unicità comunicativa che oggi è molto importante coltivare.”

Nel progetto il suono a volte accompagna, a volte contraddice il testo: quanto è importante questo conflitto creativo?

Beatrice:
“Abbiamo cercato di dare forma sonora e musicale alla parola poetica senza interpretarla in maniera didascalica, ma restituendone il senso più profondo. Monologo Addosso è una trasfigurazione musicale del testo: la parola si trasforma, talvolta perde persino intelligibilità, senza che questo generi contraddizioni tangibili.

È un’esplorazione delle possibilità offerte dalla parola messa in musica, e di ciò che questo genera in chi ascolta — inquietudine, straniamento, riconciliazione. Più che contraddirlo, forse il suono attraversa il testo.”

Francesca:
“Il bello di lavori come questo è proprio giocare con il testo: accompagnarlo, anticiparlo, entrare in conflitto, trovare una fusione di carattere. Tutti i nostri strumenti hanno svolto ruoli differenti per sperimentare approcci molteplici, e questo è stato possibile grazie alla scrittura essenziale e immaginifica di Cornaggia.”

Maddalena:
“Accompagnamento e contraddizione sono intrinseci in ogni progetto collaborativo. Questo dualismo permea Monologo Addosso sia musicalmente che umanamente. Non ci sono collaborazioni senza condivisione e, a volte, attriti: il suono riflette spesso proprio questo.”

Parlate di un ascolto “attivo”: cosa chiedete davvero a chi entra nel vostro mondo sonoro?

Beatrice:
“Ci piacerebbe che l’album venisse ascoltato dall’inizio alla fine, perché ogni brano contribuisce a un viaggio sonoro fatto di sfumature. Richiede forse un orecchio attento, ma soprattutto curiosità e apertura, lasciandosi attraversare dai suoni, dalle suggestioni, dalle evocazioni espressive e dai linguaggi che abbiamo usato per raccontare la parola.”

Maddalena:
“Chiediamo di buttarsi, di immergersi e di non avere preconcetti. Spesso un ascolto attento viene associato a qualcosa di freddo o intellettuale, invece vedo Monologo Addosso come un’opportunità di entrare in un mondo poetico, magico e ultraterreno.”

Francesca:
“Concordo in tutto. Aggiungo che, pur essendo molte persone coinvolte donne, penso che questi testi e queste musiche abbiano una forza comunicativa che va oltre le barriere di genere, condividendo qualcosa di profondamente umano.”

Al centro c’è un monologo interiore: è più un modo per raccontarsi o per mettersi in discussione?

Beatrice:
“Direi entrambe le cose. Nel monologo della mia vita personale mi racconto e mi metto continuamente in discussione. Anche in questo progetto ciascuna di noi ha ritrovato parti di sé, interrogandosi profondamente sul senso delle parole da interpretare.

Scrivere la musica di Monologo Addosso ha significato negoziare scelte, modulare preferenze, dare forma a intuizioni e sperimentare soluzioni alternative. In una parola: stare in relazione.”

Maddalena:
“Mi sento di aver raccontato un po’ di me stessa e di aver accolto le vibrazioni di Beatrice, Francesca e Luca. Questo progetto mi ha portata in luoghi emotivi e compositivi che avevo raramente esplorato. Mi ha scombussolato e ancorato allo stesso tempo.

Lavorare con la lingua italiana, dopo tanti anni all’estero, mi ha resa vulnerabile. E in quella vulnerabilità ho trovato un rinnovato senso di forza.”

Francesca:
“Per tutto il progetto mi sono chiesta cosa intendesse Cornaggia con l’espressione ‘Monologo addosso’. Non ho cercato una risposta definitiva: portarmi addosso questa domanda è stato uno dei motori della ricerca.

Mi ha spinta a guardarmi dentro, a non accontentarmi della prima idea, a passare tempo di qualità con le parole, a trovarne il senso e il non-senso. Per questo, pur considerando la musica come espressione di sé, sento fondamentale la messa in discussione che operiamo su di noi attraverso di essa.”

Con Monologo Addosso il linguaggio smette di essere solo mezzo e diventa materia viva: voce, corpo, attrito, ascolto. Un progetto che non chiede semplicemente di essere ascoltato, ma abitato.