Skip to main content

C’è un momento preciso nella vita di ogni band in cui le chitarre smettono di fare i conti con i fantasmi del passato e decidono semplicemente di correre incontro alla luce. Per i Mezzanotte, trio toscano che dal 2018 attraversa la scena indipendente con la bussola dell’autonomia totale, dalla scrittura alla produzione, passando per i palchi del Valdarno fino alle finali di Sanremo Rock all’Ariston, quel momento ha il nome e il ritmo del nuovo singolo, Finestre.

Dopo aver esplorato territori sonori decisamente più oscuri e introspettivi con brani come Presi Male e Bisbigliare, la formazione composta da Andrea Monteferranti, Elia Vignogna e Mattia Alberto Righeschi sceglie di ribaltare le prospettive. Niente melodrammi esasperati o pose compunte: la paralisi emotiva del post-rottura, quella classica giornata passata a fissare le tapparelle abbassate e il caffè che bolle sul fuoco, viene raccontata con una freschezza disarmante, unendo un andamento ritmico incalzante a testi che sanno colpire dritto al cuore senza prendersi mai troppo sul serio.

Nata di getto e collaudata sul campo attraverso i live nei club e nelle piazze toscane prima di approdare alle cure di Lorenzo “Moka” Tommasini in studio, Finestre fotografa una maturità artistica che non ha paura di cambiare pelle. In questa intervista abbiamo chiacchierato con i Mezzanotte per capire come si attraversa una transizione sonora così netta, perché l’ironia sia l’arma migliore per disinnescare la nostalgia, e cosa significhi davvero, oggi, difendere con le unghie e con i denti il proprio percorso completamente fai-da-te, senza scendere a compromessi con le scorciatoie dell’industria. Una chiacchierata sincera, spontanea e senza filtri, proprio come la musica che da anni continuano a costruire giorno dopo giorno con le loro mani.

Con Finestre cambiate registro rispetto ai vostri singoli precedenti, lasciando da parte le atmosfere più introspettive per abbracciare un sound più veloce, aperto e cantabile. È stata una necessità espressiva o una voglia di sorprendere chi vi ascolta?

Non c’è stata una decisione consapevole. La canzone, una volta scritta, ha portato in quella direzione e l’abbiamo semplicemente seguita. Non seguiamo un unico binario di genere, ci facciamo trasportare dai nostri gusti e da quello che ci viene sul momento: se poi ci piace, allora ci basta.

Il pezzo fotografa la classica giornata di blocco emotivo dopo una rottura, raccontata però senza drammi esasperati. Quanto è difficile oggi scrivere di sentimenti senza cadere nella retorica o nel piangersi addosso?

Non riteniamo esistano formule giuste o sbagliate, ma semplicemente strade diverse per esprimersi. Noi seguiamo la nostra, pur riconoscendo che oggi anche chi affronta il dolore con un linguaggio più essenziale riesce a raccogliere un grande consenso. Non ci sono canoni assoluti, ma solo modi differenti di fare musica.

La metafora centrale ruota attorno alle finestre come via di fuga da un appartamento estivo. Quanto tempo avete passato in sala prove a limare quel verso sulle “finestre da aprire in caso di emergenza” prima che vi convincesse del tutto?

I testi arrivano diretti, senza troppi ripensamenti: nascono da un flusso continuo e vengono poi cantati sull’arrangiamento che ci cuciamo sopra. Certo, non tutto ciò che esce di getto può diventare una canzone, ma crediamo che la spontaneità sia un valore da difendere quando si scrive. Quella frase è nata per rispondere a un’esigenza ed è rimasta esattamente com’era.

Nel ritornello c’è una frase molto intima e quasi imbarazzata sul voler condividere un ombrello per non farsi notare. Da dove arriva quell’intuizione di unire una malinconia così sottile a una punta di ironia?

Nasce dal fatto che siamo così anche nella vita di tutti i giorni: non ci piace prenderci troppo sul serio e ci mettiamo continuamente in discussione per trovare la chiave giusta. Per noi l’intimità non deve essere uno scudo, ma una porta da aprire per far entrare gli altri.

Avete scelto di rodare il pezzo dal vivo nei live in Toscana prima di portarlo in studio con Lorenzo “Moka” Tommasini. Che tipo di reazione avete visto nel pubblico che vi ha fatto capire che Finestre era il singolo giusto?

Che Finestre fosse il singolo giusto l’abbiamo sempre sentito, fin da quando lo abbiamo composto. La conferma definitiva è arrivata dal vivo, vedendo come il ritmo incalzante spinge subito la gente a cantarlo e ballarlo. Ce lo chiedono spesso anche come bis, quindi, visto l’entusiasmo del pubblico, abbiamo deciso di accelerare i tempi per registrarlo.

Dal debutto con Civico 43 fino al palco dell’Ariston a Sanremo Rock e alle produzioni autonome di oggi, i Mezzanotte sono cresciuti mantenendo intatta la propria indipendenza. Cosa è cambiato davvero nel vostro modo di fare musica dal 2018 a oggi?

Più che nel modo di fare musica, siamo cambiati noi come persone: quello che viviamo e il modo in cui lo affrontiamo si riversa inevitabilmente in ciò che suoniamo. Paradossalmente l’approccio è rimasto lo stesso; abbiamo semplicemente perfezionato il metodo di lavoro con l’esperienza, così da tirare fuori il meglio da ogni brano.