Con “Solo la tenerezza”, Mammaliturchi costruisce un racconto intimo e profondamente umano sulla fine delle cose, trasformando perdita, distacco e fragilità in uno spazio di riflessione lucida e sincera.
Tra ricordi familiari, relazioni che si consumano e continui spostamenti tra luoghi e identità, il progetto attraversa il concetto di fine senza mai cedere al sentimentalismo, cercando invece ciò che resta davvero quando tutto il resto svanisce: la tenerezza. In questa intervista, Mammaliturchi racconta il legame tra vita vissuta e scrittura, il rapporto con il distacco e quella sensazione di essere sempre in movimento, senza appartenere fino in fondo a un solo luogo.
“Solo la tenerezza” nasce da ciò che finisce: quando ti sei accorto che raccontare la fine poteva essere, in realtà, un modo per restare?
“C’è stato in effetti un momento preciso, la scomparsa di mio nonno e tutto il periodo che ha portato all’avvicinamento alla sua morte. Si è trattato di una dipartita normale, di un uomo normale, di una vita normale, ma che ha rivelato segreti dell’esistenza per me eccezionali.
Un uomo grande, pesante e severo ma che avvicinandosi alla fine è diventato sempre più dolce, sempre più innocuo e meno ingombrante. Alla fine i tipici dissapori di una famiglia felice non importavano più, rimaneva un uomo piccolo piccolo come un contenitore svuotato di tutto, rimaneva solo la tenerezza.
Se un ordine misterioso e incomprensibile dell’universo vuole che la tenerezza sia l’ultima cosa che rimane prima della fine forse allora è l’unica cosa che conta veramente?”
Nel disco descrivi un processo di svuotamento — relazioni, ricordi, lucidità: quanto è stato difficile trasformare qualcosa che si perde in qualcosa che si può ancora condividere?
“Per me difficilissimo ma sono stato capace di ingannarmi e non fermarmi per colpa di un’inutile timidezza. Tutto il disco è stato scritto con la serenità che porta la convinzione di non parlare di sé fin quando le cose raccontate nelle canzoni non sono iniziate a succedermi.
Non credo si tratti del gioco macabro di un personaggio che subisce le peripezie a cui lo sottopone il suo scrittore ma piuttosto di un meccanismo intimo e contorto che mi è stato molto utile per parlare di me, ovvero farlo inconsciamente prima di rendermene conto.”
La tenerezza, nel tuo racconto, è ciò che resta quando tutto il resto cede: è una forma di salvezza o un ultimo modo per non lasciar andare davvero?
“È più una forma di salvezza. Tutto si conclude in un ultimo istante di lucidità in cui ci si rende conto che amare e essere amati è forse l’unica cosa che conta.
Si parla di un’osservazione pratica priva di qualsiasi slancio romantico. La conclusione empirica di quello a cui ho assistito alla fine di un amore, alla fine della vita o di una sua fase: al di là della rabbia, dei risentimenti, delle ambizioni, ci ricordiamo solamente di quanto siamo stati in grado di dare e ricevere tenerezza.”
Tra Roma, Turchia e Santiago del Cile: quanto questo tuo essere “senza un luogo preciso” ha influenzato il modo in cui racconti la fine e l’attaccamento nelle tue canzoni?
“Partire, scoprire, ricominciare ha voluto dire sempre lasciare, abbandonare e rivedere tante cose da lontano. Essere senza un luogo preciso mi ha abituato a convivere spesso con la fine, non una fine definitiva ma comunque rilevante sul piano pratico ed emotivo.
C’è stato un periodo in cui mi sono identificato con la capacità di finire le cose senza ripercussioni, senza nostalgia, quasi fosse un vanto, per poi capire di essere anche io un essere mortale e sensibile alle cose che arrivano a loro termine.
Tutto questo probabilmente mi ha portato a raccontare il processo di attaccarsi per poi lasciarsi con uno sguardo non distaccato ma lucido, di chi ha la praticità di farlo e sa bene che dopo c’è sempre qualcosa, magari non quello che vorresti ma c’è.”


