C’è una delicatezza cinematografica che attraversa Palermo, il nuovo brano di Maiogabri, una ballad che si muove tra scrittura visiva, arrangiamenti orchestrali e una sensibilità cantautorale che guarda alla tradizione italiana con uno sguardo personale e contemporaneo. Un brano nato “di getto”, come racconta lui stesso, e cresciuto conservando intatta quell’urgenza originaria che lo ha generato. In questa intervista, Maiogabri ci accompagna dentro il processo creativo di una canzone che vive di sottrazioni apparenti, romanticismo dichiarato e immagini che si fanno musica.
“Palermo” si muove tra ballad italiana, archi e una scrittura molto visiva: come hai costruito l’equilibrio tra arrangiamento e parola?
“Palermo, come racconto spesso, è una canzone che è nata per caso e di getto, figlia di uno di quei rari momenti d’ispirazione che creano cose vere e pure, prive di filtri. In questo senso costruire un equilibrio tra musica e parola è stato spontaneo: da sempre legato alla dimensione testuale – da piccolo volevo persino fare lo scrittore di romanzi – è stato naturale pensare, col testo e la melodia di Palermo fra le mani, ad una storia semplice, fatta di note appoggiate, in un climax d’archi che sciogliesse il cuore.
Sono un romanticone, è vero, ma senza un po’ di sdolcinatezza che senso avrebbe la vita?”
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, qui sembra emergere una maggiore essenzialità: hai lavorato per sottrazione in fase di produzione?
“È vero, rispetto a brani come Schwartzenegger o La Vita Mia Da Parte, Palermo è un brano più diretto, non si perde in tanti fronzoli e segue la sua strada, semplice e diretta. No, sarò sincero, in studio non ho e non abbiamo lavorato in sottrazione, e questo perché la direzione da prendere la sentivamo già, era ben chiara sin da quella demo che, anni fa, realizzai sul pc nella mia cameretta. Ho scritto una nuova parte per gli archi, i ragazzi della band sapevano già cosa suonare e come suonarlo: realizzare Palermo è stato un bellissimo incontro e scontro di anime che, senza irriverenza, hanno aggiunto una frase a testa ad un discorso che amo da morire e suona come suona oggi.”
Il brano è stato arrangiato da te: quanto è stato importante mantenere il controllo diretto sul suono per proteggere l’urgenza iniziale?
“Beh, molto, oserei dire moltissimo. Da qualche anno ho la fortuna di poter studiare e lavorare con la musica in maniera più profonda e viscerale, in un percorso costante che giorno dopo giorno mi apre nuove prospettive e nuovi desideri: se qualche anno fa mi trovavo spesso a scrivere testi senza una direzione musicale, ad oggi mi è impossibile non pensare alla musica come una prosecuzione delle mie parole. E poi, per essere schietti, mi diverte moltissimo avere il controllo su tutto quello che succede, con la complicità di persone che stimo davvero – i ragazzi con cui suono – che sanno, ogni volta, dare il proprio contributo per arricchire la causa.”
Gli archi contribuiscono a creare una dimensione sospesa e cinematografica: erano presenti fin dall’inizio o sono arrivati dopo?
“Gli archi erano presenti fin dall’inizio, ma con un movimento davvero molto differente ed un suono che… insomma, erano archi da pc, anzi, archi brutti da pc. Quando sono andato in studio da Fabio Rizzo (Indigo Studios), ci siamo subito messi d’accordo perché scrivessi una nuova parte più armoniosa e ricca, e così in un pomeriggio è venuta fuori questa parte per quartetto che mi fa uscire fuori di testa. Sarebbe bello farne una versione acustica. Magari un giorno…”
Nel tuo percorso si percepisce un passaggio da una scrittura più “ruvida” a una più lirica: cosa ha innescato questa evoluzione?
“Beh, come ho già detto in altri contesti, credo che questo passaggio da una scrittura più ruvida ad una più lirica sia semplicemente frutto della maturazione e della crescita mia, di Gabriele e anche in parte di Maiogabri. I temi della mia musica non sono più quelli con i quali ho cominciato a scrivere le mie canzoncine a 13 anni, ma si evolvono e cambiano con me. In questo senso, ci sono nel cassetto altri brani come Palermo, così come ci sono altri brani più taglienti e ironici, figli dell’altro lato della medaglia. Tempo al tempo.”
Se dovessi collocare “Palermo” dentro una tradizione musicale italiana, quali riferimenti — anche lontani — senti più vicini?
“All’interno della tradizione musicale italiana sento, con Palermo in particolare, più vicini riferimenti come Francesco De Gregori, Cesare Cremonini, Samuele Bersani, o anche Daniele Silvestri. Parliamo certo di un brano che ha un’impostazione molto classica da ballad all’italiana, il che la renderebbe incasellabile in miliardi di riferimenti della musica nostrana; io, personalmente, in questo momento sento di poterla avvicinare al mondo del cantautorato-pop nel quale sguazzo quotidianamente. La vera domanda, però, se me lo permettete la rigirerei ai lettori che ascolteranno il brano: io ho scritto una canzone, parlando con la mia lingua, con i miei pensieri e con il mio linguaggio; voi cosa ci sentite?”




