“Stretti” segna il ritorno di MAIA con un brano che affronta in modo diretto ma non didascalico il tema delle costrizioni invisibili della contemporaneità: mutui, matrimoni, aspettative sociali e familiari che si sedimentano nella vita quotidiana fino a diventare una struttura quasi naturale del vivere. Il nuovo singolo di Erika Buzzo si colloca in una zona di osservazione più che di dichiarazione, dove il linguaggio rinuncia deliberatamente alla protesta esplicita per concentrarsi sulla descrizione di una condizione già riconoscibile.
La scelta di non adottare un tono polemico nasce da una precisa sensibilità comunicativa: l’idea che, in un contesto saturo di stimoli e narrazioni assertive, la precisione emotiva possa risultare più incisiva di qualsiasi forma di slogan. “Stretti” non indica soluzioni né individua responsabili, ma costruisce uno spazio di riconoscimento, in cui l’ascoltatore può identificare dinamiche già interiorizzate.
Sul piano sonoro, il brano mantiene una forte componente sintetica, a partire da una linea di synth iniziale nata in modo spontaneo durante un momento quotidiano in auto. Questo elemento originario viene preservato quasi integralmente nella versione finale, mantenendo una ripetitività ipnotica che diventa struttura portante dell’intero pezzo. L’intervento produttivo si concentra quindi più sulla conservazione della fragilità iniziale che sulla sua correzione.
La dimensione visiva del progetto prosegue lo stesso approccio. Il videoclip si costruisce su un’estetica definita come “memoria analogica contaminata”, dove materiali eterogenei — pellicola, archivi domestici, immagini generate — vengono trattati attraverso processi di degradazione controllata. L’obiettivo non è l’uniformità formale, ma la costruzione di una coerenza percettiva che restituisca l’impressione di un ricordo già vissuto, consumato dal tempo più che prodotto tecnologicamente.
Stretti parla di costrizioni invisibili — mutui, matrimoni, aspettative. Perché hai scelto di osservare invece di protestare?
Perché credo che oggi molte persone siano già stanche del linguaggio urlato. A volte descrivere con precisione una sensazione è più forte che trasformarla in slogan. “Stretti” non vuole dare soluzioni o indicare un colpevole. Vuole far riconoscere qualcosa che si conosce già.
La linea di synth che apre il brano è nata canticchiandola in auto. Quanto di quel momento spontaneo è sopravvissuto nella versione finale?
Quasi tutto. Le cose nate in modo spontaneo hanno spesso una fragilità che preferisco non correggere troppo. Ho cercato di mantenere quella ripetitività ipnotica e un po’ ossessiva che aveva già nel primo provino.
C’è un’estetica da “memoria analogica contaminata” nel video. Come hai lavorato per unificare materiali così eterogenei — pellicola, archivi domestici, AI generativa?
L’obiettivo non era rendere tutto perfettamente uniforme, ma far sembrare tutto appartenente allo stesso ricordo. Ho lavorato molto sulla degradazione: texture, compressioni, flicker, imperfezioni, passaggi di colore. Mi interessava che l’immagine sembrasse consumata dal tempo più che costruita tecnologicamente.
Quanto tempo è passato dall’ultimo singolo e come hai vissuto questa pausa dal punto di vista creativo?
Non la definirei una pausa. “Stretti” esisteva già musicalmente, ma sentivo che il video dovesse avere una grammatica precisa. Ho passato molto tempo sulle immagini, sulle texture, su come memoria e accelerazione potessero coesistere visivamente. Parallelamente ho continuato a scrivere nuova musica.
Il brano è synthwave ma il tema è molto contemporaneo. Come mai questa distanza tra forma e contenuto?
Mi interessa proprio quella frizione. La synthwave richiama spesso nostalgia e immaginari romantici del passato, ma il tema del brano in realtà non è nuovo. L’idea di vivere schiacciati dal lavoro, dalle aspettative o da percorsi già scritti esiste da molto prima di noi. Cambiano le forme, ma certe pressioni restano identiche. Usare una sonorità nostalgica mi sembrava un modo coerente per raccontare qualcosa che continua a ripetersi nel tempo
A chi stai parlando con Stretti? Hai in mente un ascoltatore preciso?
A un essere umano contemporaneo assorbito dalle dinamiche di consumismo e produttività. A persone che vivono dentro ritmi e aspettative talmente interiorizzati da non accorgersene quasi più. In fondo parlo anche di me stessa: dell’occidentale medio che continua a correre, produrre, riempire il tempo, pensando sempre di averne ancora


