Con “Cerotti”, LUPO presenta il suo primo album, un progetto che guarda con attenzione alle fragilità quotidiane della sua generazione. Attraverso immagini semplici e vicine alla realtà di tutti i giorni, il disco racconta ansie, insicurezze e momenti di crescita che molti ragazzi della sua età condividono.
Più che offrire risposte, le canzoni cercano uno spazio di riconoscimento: un luogo in cui sentirsi meno soli e più compresi. Ne abbiamo parlato con LUPO in questa intervista.
Intervista
Il titolo CEROTTI suggerisce qualcosa che non guarisce davvero le ferite, ma le copre per poter andare avanti. Che tipo di ferite volevi raccontare in questo disco?
In quest’album volevo parlare di tutte quelle ferite, apparentemente superficiali, che caratterizzano i ragazzi della mia età. Siamo una generazione, apparentemente serena, che porta avanti una vita apparentemente comoda, senza profonde difficoltà, ma… molto instabile, forse per questi stessi motivi. Ho un amore incondizionato per questi giovani, tanta tenerezza e comprensione.
Le tue canzoni usano immagini molto quotidiane per parlare di fragilità generazionali. Quanto è importante per te restare vicino alla realtà di tutti i giorni quando scrivi?
Moltissimo. Mi piace guardarmi intorno, parlare non solo di ciò che vedo e provo, ma soprattutto di ciò che mi sembra vedano e provino gli altri, anche perfetti sconosciuti. Credo l’arte parta quasi sempre dall’osservazione, filtrata da un occhio critico in grado di reinterpretarla poi nel modo più personale possibile. Tutto ciò che mi circonda – le persone, gli eventi, gli oggetti – ha un peso e una ragione di esser raccontato: per quanto mi riguarda, per quanto possibile, va compreso e assimilato.
In CEROTTI non sembri cercare soluzioni, ma piuttosto uno spazio dove riconoscersi. Scrivere questo album è stato più un modo per capirti o per far sentire meno soli gli altri?
Credo entrambi. Sicuramente mentre scrivevo l’album cercavo di capirmi e raccontarmi, nel modo più intimo possibile. Allo stesso tempo però, speravo che chi lo avrebbe ascoltato potesse sentirsi rappresentato, o ancora meglio compreso. Il non sentirsi soli, condividere le proprie ansie, credo sia più che terapeutico, è un processo indispensabile per crescere e per restare “umani”.
Questo è il tuo primo album: se dovessi descriverlo come una fotografia del momento che stai vivendo, cosa racconta davvero di te oggi?
Credo racconti di un ragazzo abbastanza consapevole ma, allo stesso tempo, ancora alla ricerca di una maggiore maturità e sensibilità. Sono felicissimo e fiero del mio primo progetto, anche perché (in parte) rappresenta e racconta un me leggermente più giovane, alle prime armi con la vita e con la musica. Nonostante io ci abbia messo tutto me stesso, sono convinto di poter fare di più e mi avventuro nel futuro con questa intenzione.




