Dopo quasi dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, i Klimt 1918 tornano con Àmor, un disco che attraversa assenze, desideri, ferite e possibilità. Un album nato in un periodo storico segnato dalla distanza e dall’isolamento, ma che trova proprio nel bisogno di connessione e contatto il suo nucleo più profondo. Tra riflessioni sull’amore, appartenenza e trasformazione, la band romana costruisce un viaggio intenso e stratificato, capace di muoversi tra dimensione personale e universale.
Ne abbiamo parlato con loro.
Àmor nasce da un periodo segnato da distanza e isolamento, ma parla continuamente di contatto e vicinanza. È stata una forma di resistenza emotiva immaginare ciò che in quel momento mancava di più?
La musica è stata costantemente una presenza/assenza nelle nostre vite. Una sorta di corpo fantasma che evocavamo nei nostri pensieri. Il desiderio in fondo è questo: immaginare l’invisibile, percorrere un’idea fino a darle dimensione e peso. Al silenzio è corrisposta la carnalità del rumore, ma anche un lirismo quasi sessuale che evocava il contatto e la connessione dei corpi. Mi piace definire questo processo come una sorta di teoria dei vasi comunicanti: alla distanza, è subentrato il nesso; al silenzio, l’esplosione sonica.
Il titolo letto al contrario diventa Roma, la vostra città. Quanto c’è di personale, di geografico e di identitario in questo doppio significato tra amore e appartenenza?
Nelle ultime settimane molte persone sono rimaste affascinate dalla natura palindroma del titolo del nostro album. Ma si tratta di una mera casualità. Non era nostra intenzione citare o omaggiare Roma in nessun modo. Credo che l’appartenenza evochi sempre un possesso. La musica dei Klimt 1918 invece è figlia dell’inadeguatezza e dell’incapacità di vivere serenamente qualsiasi contesto, anche quello geografico.
Roma è un luogo di grandi disconoscimenti, dove le aspirazioni sono spesso sovvertite dal caso. Non escludo che il desiderio di appartenenza, soprattutto quando è scaturito da un’impraticabilità, possa essere una narrazione parallela, quasi occulta, di cui neanche noi siamo consapevoli. Àmor è un album che riflette sulla consapevolezza dell’affezione. Abbiamo scelto la strada arcaica ed etimologica del termine latino per riferirci al sentimento antico capace di incendiare e distruggere ogni cosa.
Nel disco convivono paura e speranza, disperazione e desiderio. Perché pensate che siano proprio le contraddizioni a raccontare meglio l’essere umano?
Paura, speranza, disperazione e desiderio sono tutte figlie dell’impossibilità. “Per scatenare quella tristezza, quel sentimento d’irreparabile, quelle angosce che preparano l’amore”, scriveva Proust, “ci vuole — ed è forse questo, più che una persona, l’oggetto vero e proprio che la passione cerca ansiosamente di attingere — il rischio di una impossibilità”. Non vedo dunque contraddizioni, ma diverse sfumature tutte appartenenti a un’unica gradiente.
Dopo quasi dieci anni dall’ultimo album, cosa vorreste che chi ascolta Àmor portasse con sé una volta terminato il viaggio? Una domanda, una ferita o una possibilità?
Quando la nostra casa discografica mi ha chiesto di scrivere delle frasi che accompagnassero l’uscita dell’album, ho scelto di indirizzare un’esortazione alle persone che avrebbero ascoltato il disco: “Siate ciò che resta. Siate tutto ciò che temevate di diventare. Siate la ferita che non è mai guarita. Siate il fantasma che pensavate di aver seppellito”.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, spero che il nostro pubblico ascoltando Àmor si porti dietro le sue ferite, se non con orgoglio, con rinnovata consapevolezza.


