Portare oggi sul palco le parole di Fabrizio De André non significa guardare indietro, ma attraversare il presente.
Con “In direzione ostinata”, Gioacchino Fittipaldi costruisce un recital essenziale, dove musica e parola tornano a essere materia viva, lontana dalla celebrazione e vicina alla realtà.
Intervista
Cosa significa oggi portare De André su un palco, senza trasformarlo in nostalgia?
Per me portare De André su un palco oggi non significa fare un’operazione nostalgia, anzi. La nostalgia è una cosa statica, ti ferma al passato, mentre la musica di Fabrizio per me è materia viva, è cronaca di quello che succede stamattina.
Per questo ho scelto una scena molto nuda, minimalista. Ci sono io, la mia chitarra e la mia voce, immersi in queste sequenze orchestrali che arrivano quasi dal buio. Mi piace questo gioco di contrasti: da una parte l’artigianato del legno e delle corde, dall’altra un respiro orchestrale che avvolge tutto.
Non mi interessa fare il tributo da museo o la celebrazione del mito. Quello che cerco è un rito di sottrazione. Togliendo tutto il rumore di fondo, le sue parole tornano a essere quello che sono sempre state: pietre scagliate contro l’indifferenza. Nel 2026, parlare di ultimi, di margini e di libertà è più urgente che mai.
Al pubblico non voglio regalare un bel ricordo, ma un incontro ravvicinato con la verità. Qualcosa di diretto, di elettrico, che ti faccia uscire dal teatro sentendoti un po’ più sveglio di quando sei entrato.
Perché “In direzione ostinata”? Cosa significa per te restare fedeli a qualcosa?
Ho scelto di chiamarlo solo “In direzione ostinata”, togliendo il “contraria”, perché non mi interessa essere “contro” qualcosa a tutti i costi. Essere contro spesso è solo una posa, una reazione a qualcun altro. Invece l’ostinazione è un fatto tutto mio, interiore.
Per me restare fedeli a qualcosa significa avere una direzione e non mollarla mai, anche quando intorno tutto cambia o corre troppo veloce. Significa avere il coraggio di restare fermi sui propri passi, sulle proprie radici e sulla propria visione artistica, senza farsi distrarre dal rumore di fondo.
Nella mia vita, l’ostinazione è la capacità di proteggere quello che amo. È la scelta di portare in giro uno spettacolo nudo, fatto di parole pesanti e di silenzi, perché credo che sia quello di cui abbiamo bisogno oggi. Restare fedeli, in fondo, è proprio questo: non tradire quel patto che hai fatto con te stesso all’inizio, quella scintilla che ti ha fatto dire “voglio fare musica”. Non è una sfida al mondo, è una promessa che mantengo con me stesso ogni volta che salgo su quel palco.
Come si trova l’equilibrio tra rispetto dell’opera e interpretazione personale?
È una questione di lealtà e rispetto.
Il rispetto non è un’obbedienza cieca, ma una conoscenza profonda. Prima di metterci le mani, bisogna “scavare” nell’opera originale, capirne le radici, il contesto e il perché di ogni singola nota o parola. Solo quando possiedi la struttura interna del pezzo puoi permetterti di modellarla senza romperla. Se non conosci le fondamenta, non stai interpretando, stai solo improvvisando al buio.
Poi l’interpretazione è il soffio vitale. L’interpretazione personale è quella scintilla che la rende attuale. Ci devi mettere dentro il tuo vissuto, la tua sensibilità e anche il paesaggio che hai intorno. È un dialogo: l’autore originale mette le ossa, tu ci metti il sangue e il respiro.
Il segreto è non sovrastare mai l’opera. L’interpretazione deve servire l’opera.
C’è un brano che oggi senti più urgente da riportare sul palco?
In questo momento dico “La guerra di Piero”: è il proiettile che colpisce allo stomaco per la sua disarmante semplicità.
La sua urgenza oggi risiede nel fatto che De André non fa politica nel senso ideologico del termine; fa umanità. Ecco perché continua a parlarci.
L’umanizzazione del “nemico”: Piero vede nell’altro soldato non un mostro, ma un uomo con “lo stesso identico umore”. In un presente dominato dalla polarizzazione estrema, ricordare che dall’altra parte del mirino c’è un riflesso di noi stessi è un messaggio radicale.
L’esitazione che salva l’anima ma condanna il corpo: il momento in cui Piero non spara per pietà è il cuore del dramma. Ci pone davanti a un dilemma etico atroce: restare umani e soccombere, o diventare assassini per sopravvivere? De André non ci dà una soluzione facile, ci mostra solo il prezzo della bontà.
La natura indifferente: il contrasto tra la morte solitaria di Piero e il paesaggio dei “mille papaveri rossi” sottolinea l’assurdità della guerra. La vita continua, i fiori crescono, mentre una vita giovane viene spezzata per logiche che non gli appartengono.




