Skip to main content

Che cosa resta delle persone che pensavamo di diventare? In “Caro Vecchio Neon”, i Tidal Waves partono da un racconto di David Foster Wallace per esplorare la distanza tra ciò che siamo e i futuri che avevamo immaginato per noi. Una distanza che può pesare più delle aspettative degli altri.

 

Il brano nasce da una riflessione che la band porta avanti anche attraverso la musica: seguire ciò che la incuriosisce, senza sentire il bisogno di dimostrare qualcosa. Scrivere, raccontano, permette di guardare un problema da una prospettiva nuova, anche quando non si trova una risposta.

 

In questa intervista per il MEI, i Tidal Waves parlano dell’origine della canzone, del rapporto tra identità e aspettative e di quel «magone» che resta quando una possibilità svanisce.

 

Il brano parla anche della difficoltà di distinguere ciò che siamo da ciò che crediamo di dover essere. Quando avete iniziato a ragionare su questo tema?

Mark Fisher, compianto musicologo e critico culturale britannico, riprendendo un’idea di Jacques Derrida, ha parlato spesso di Hauntology: il catalogo di quegli spettri di “futuri possibili” ma mai realizzati, che in qualche modo continuano ad affollare il nostro presente. E’ questa distanza tra “ciò che si è” e “ciò che non si è mai diventati”, il dolore e l’affanno che comporta tenere assieme queste due dimensioni, che mi interessa esplorare. A metterci sulle tracce di questa esplorazione è stato il racconto di David Foster Wallace da cui il brano eredita il titolo. Si tratta di un testo che ho letto moltissimi anni fa, che però negli ultimi anni ha iniziato a risuonare in maniera molto intensa con le nostre esperienze personali e la struttura delle nostre vite.

 

Quanto pesano oggi le aspettative esterne nella costruzione dell’identità di una persona?

Le aspettative esterne costituiscono certamente un elemento di pressione enorme. Forse, però, quello che ci interessava di più intercettare era il rapporto con una diversa tipologia di aspettativa, più dolorosa e pesante, che è quella interna. Come ci rapportiamo al fatto di avere delle aspettative su di noi, da dove vengono e che strategie troviamo per conviverci.

 

Anche nella musica esiste la pressione a mostrarsi in un certo modo. Vi è mai capitato di sentirvi distanti dall’immagine che gli altri avevano di voi?

E’ vero, ma in questo caso noi cerchiamo di vivere la comunicazione come un aspetto dell’espressione artistica. Piuttosto che sentire l’obbligo di apparire o farsi percepire in un certo modo, quello che proviamo a fare è usare la parte non-musicale dell’esperienza Tidal Waves come il terreno di una sperimentazione.

 

Rinunciare all’idea di dover dimostrare continuamente qualcosa può essere complicato. È una consapevolezza che avete raggiunto anche come band?

Assolutamente sì. L’unica cosa che ci interessa inseguire è il richiamo delle cose belle, delle atmosfere e degli ambienti sonori che ci stimolano. Perciò, non si tratta di fare musica per la necessità di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Al contrario. Quello che facciamo è inseguire le tracce, gli indizi lasciati dalle cose che ci hanno stimolato, che in qualche modo ci hanno mosso. Ogni pezzo, ogni brano è la trascrizione di questa ricerca.

 

Scrivere una canzone su questi temi vi ha aiutato a guardarli da una prospettiva diversa?

Il processo di scrittura di una canzone è il processo attraverso il quale un musicista – o una band – prova a risolvere un problema. Necessariamente, alla fine della scrittura, che tu abbia risolto o no il problema attorno al quale stavi lavorando, quello stesso problema non sarà più lo stesso, proprio perché hai guadagnato una prospettiva nuova, diversa. In un certo senso, è come costruirsi dei nuovi occhiali attraverso i quali guardare il mondo.

 

Cosa vorreste rimanesse all’ascoltatore dopo l’ultima nota di “Caro Vecchio Neon”?

Quello che speriamo passi è quella particolare sensazione – una sorta di magone – che ti lasciano quelle situazioni che ti sembrano ricche di possibilità, nel momento esatto in cui evaporano.

Un po’ come quando da ragazzino rientravi dalle vacanze: te ne stavi in macchina seduto e, tornando a casa, sentivi che quel mondo saturo di aspettative, di immagini e colori piano piano svaniva. Caro Vecchio Neon non è il racconto di quella sparizione, ma della difficoltà di fare i conti con lo spazio vuoto che quella sparizione ha lasciato.