Un basso tuba al posto del contrabbasso, un sax tenore e una batteria: già nella formazione gli Hibaku Jumoku dichiarano di non essere interessati a seguire una strada troppo prevedibile. Il trio formato da Paolo Inserra, Antonio Gallucci e Francesco Bucci ha costruito il proprio linguaggio mettendo in dialogo il jazz contemporaneo con punk, elettronica, influenze afro e suggestioni mediterranee, lasciando che siano soprattutto l’interplay e la dimensione live a determinare la forma dei brani.
Il disco d’esordio omonimo, uscito il 25 settembre, arriva infatti dopo una ventina di concerti durante i quali le composizioni hanno continuato a modificarsi. Anche il nome del progetto, che richiama gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima, porta con sé un’idea di resistenza e rinascita che non rimane soltanto sul piano concettuale, ma entra nel modo in cui il trio costruisce atmosfere, tensioni e dinamiche. Abbiamo parlato con Paolo Inserra della nascita di questo suono, della necessità di lasciare spazio all’imprevisto e di ciò che gli Hibaku Jumoku stanno già preparando per il prossimo capitolo.
1. La scelta del basso tuba al posto del contrabbasso non è semplicemente una particolarità della formazione: cambia proprio il peso e la fisicità del trio. Quando avete iniziato a lavorare insieme, quanto del vostro suono è nato proprio dall’esigenza di capire cosa potevate fare con uno strumento così poco abituale in questo contesto?
Paolo: Quella di utilizzare il basso tuba è stata una mia scelta stilistica dopo aver ascoltato proprio Francesco Bucci in un suo live di tuba solo (il progetto si intitola Zobibor) ed ero stato colpito e affascinato dal modo in cui sfrutta l’elettronica per modificare e arricchire il suono di questo strumento. Cambia di parecchio l’approccio che devo avere in primis come batterista, per via della tecnica richiesta da quello che è un ottone, così come in fase di scrittura dei brani, tocca tenerne conto.
2. Il vostro disco mette insieme jazz contemporaneo, punk, elettronica, influenze afro e una componente mediterranea, ma senza sembrare costruito a tavolino per accumulare generi diversi. C’è un momento in cui vi siete accorti che questa contaminazione stava diventando un linguaggio vostro, anziché essere semplicemente l’insieme delle influenze di tre musicisti?
Paolo: La scrittura dei brani è condivisa, ognuno propone un giro, un riff o un tema e si lavora insieme all’arrangiamento e alla stesura. Non ci poniamo troppi limiti nella composizione, motivo per cui il risultato finale (ed è qui il divertimento) è una ampia gamma di colori in cui il background collettivo si ritrova in quel che abbiamo in comune o di diverso tra noi.
3. Avete portato questi brani in una ventina di concerti prima di arrivare all’album. Quanto è cambiata la musica passando dalla sala prove al palco? Ci sono pezzi del disco che oggi considerate diversi da come li avevate immaginati inizialmente proprio perché il pubblico e la dimensione live vi hanno costretto a modificarli?
Paolo: È esattamente così, i brani presenti nel disco hanno visto alcune evoluzioni proprio nel corso dei live. Questa è una musica che necessita di interplay, di interpretazione e coinvolgimento sia del trio che del pubblico. Abbiamo così scoperto che la nostra musica si adatta a contesti diversi sia a livello di intensità di suono che di interpretazione. Ne consegue che ogni concerto sia diverso da quello prima. È indubbiamente un concetto e un approccio che deriva dal jazz, contemporaneo e contaminato, come la musica che produciamo.
4. Il nome Hibaku Jumoku richiama gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima e nel progetto compare anche un’idea di apocalisse contemporanea e di resistenza attraverso la cultura. Quanto volete che questa componente concettuale sia percepita nell’ascolto e quanto, invece, vi interessa che rimanga sullo sfondo rispetto alla musica?
Paolo: Personalmente, ma credo riguardi tutti noi, prima in fase di composizione e in live dopo, il concetto è parte integrante. Ha varie sfumature che vanno dall’apocalisse alla rinascita alla resistenza, concetti che determinano il carattere dei nostri brani. Gli alberi che resistono alla forza di un’esplosione atomica e si riprendono la loro vita! C’è un messaggio forte che parla di sentimenti ed emozioni che fanno parte del nostro background e che vogliono resistere nel mondo dell’offerta musicale attuale.
5. Nel vostro caso l’interplay sembra essere particolarmente importante, perché siete soltanto in tre e nessuno può davvero nascondersi dietro un arrangiamento affollato. Come cambia il modo di suonare quando sapete che ogni scelta — anche un silenzio, un effetto o una variazione di dinamica — può modificare immediatamente l’equilibrio dell’intero brano?
Paolo: Come dicevo poco fa, la dinamica e l’intensità dei nostri concerti varia spesso dal contorno e dal contesto, si plasma tutto e si presta a modificarsi in base alla nostra sensibilità in quel momento. Creare atmosfere diverse, anche quando sviluppiamo dei soli in duo, non è mai stato così divertente.
6. Questo primo disco nasce da un lavoro già molto intenso e, nonostante sia appena uscito, avete già iniziato a lavorare su nuovi brani. Dopo aver definito con “Hibaku Jumoku” le prime coordinate del progetto, c’è qualcosa che avete capito di voler cambiare o mettere maggiormente a fuoco nel prossimo capitolo?
Paolo: Abbiamo altri brani che suoneremo nei prossimi concerti in cui presenteremo l’album, vanno tutti in questa direzione, in maniera coerente, dal nostro punto di vista. Speriamo possano piacere. Saranno sicuramente presenti nel prossimo lavoro discografico in cui avremo occasione di confrontarci con nuovi groove, melodie e una maggiore consapevolezza e ispirazione.


