Dopo “crESCere”, GIOVAMI torna con “lampONE”, un brano che conferma la volontà di costruire un’identità capace di muoversi tra musica, parole e immaginario visivo. Un percorso in cui anche la forma delle parole diventa parte del racconto, tra giochi linguistici, dettagli quotidiani e sperimentazioni che provano a spostare la musica fuori dai suoi luoghi più consueti. Pubblicato per GHANDI DISCHI, “lampONE” nasce da una sensazione personale e si trasforma in un nuovo tassello di un progetto sempre più riconoscibile, che guarda anche a tecnologia, immagini, performance e dimensione live. In questa intervista, GIOVAMI racconta la genesi del singolo, il significato dei suoi titoli graficamente insoliti e la direzione verso cui sta portando il progetto.
1. “lampONE” arriva dopo “crESCere” e apre una nuova fase del tuo percorso. Da dove è nata concretamente questa canzone e qual è stata la prima scintilla che ti ha portato a scriverla?
“lampONE” è nata in maniera abbastanza istintiva. La prima scintilla è stata una sensazione molto precisa, quella di una persona, molto lontana da me ma che in qualche modo, continua a rimanerci dentro. Da lì sono arrivate immagini, ricordi e piccoli dettagli quotidiani che ho iniziato a mettere insieme quasi senza sapere inizialmente dove mi avrebbero portato.
2. Il titolo, scritto proprio come “lampONE”, sembra giocare con la parola e con il modo in cui viene percepita visivamente. Che significato ha per te questo titolo e quanto è importante il gioco con le parole nella tua scrittura?
Mi piace molto prendere parole normalissime e provare a guardarle diversamente. In “lampONE” c’è “ONE”, ma rimane comunque un lampone. Non voglio necessariamente che ogni gioco abbia una spiegazione precisa o un significato nascosto da decifrare, a volte mi interessa semplicemente che una parola, scritta in un certo modo, faccia scattare qualcosa. È un meccanismo che sento molto vicino al mio modo di scrivere, perché permette di aggiungere livelli senza doverli per forza spiegare.
3. “lampONE” arriva dopo un brano come “crESCere”, che aveva già un titolo graficamente particolare. Quanto utilizzi la forma, la scrittura e anche l’aspetto visivo delle parole per costruire il significato delle tue canzoni?
Tantissimo. Credo derivi dal fatto che faccio fatica a separare completamente quello che ascolto da quello che vedo. Anche quando scrivo una parola mi interessa come appare, dove cade l’occhio, cosa succede se ne evidenzi una parte. In “crESCere” e “lampONE” questa cosa è diventata particolarmente evidente e credo stia diventando uno degli elementi del progetto. Non vorrei però trasformarla in una regola, deve nascere perché ha senso per quella determinata canzone, altrimenti diventerebbe semplicemente un esercizio grafico.
4. Nel tuo percorso sembra esserci una continua ricerca di modi diversi per raccontare il presente, anche attraverso linguaggi che appartengono alla quotidianità. Quali sono oggi le cose, le persone o le situazioni che finiscono più facilmente dentro le tue canzoni?
Sicuramente le relazioni, non necessariamente soltanto quelle sentimentali. Mi interessano molto le persone e soprattutto quello che rimane di loro, conversazioni, frasi, messaggi ecc. Mi accorgo che spesso finiscono nelle canzoni proprio le cose più banali della quotidianità. Non sento il bisogno di rendere poetico qualcosa a tutti i costi, a volte una parola molto semplice o un dettaglio stupidissimo riescono a raccontare un momento molto meglio di una grande metafora.
5. “lampONE” è stato pubblicato per GHANDI DISCHI e arriva dopo un percorso che ha visto anche un rapporto particolare con piattaforme e linguaggi non strettamente musicali. Quanto pensi che il modo in cui oggi ascoltiamo e scopriamo la musica influenzi il tuo modo di scrivere e pubblicare?
Sul modo di pubblicare tantissimo, sul modo di scrivere cerco invece di farlo influire il meno possibile. Con “crESCere”, per esempio, abbiamo scelto di presentare il brano in anteprima su LinkedIn, che sulla carta è quasi l’opposto del luogo in cui ti aspetteresti di scoprire un cantautore. Mi interessa sperimentare con questi cortocircuiti e capire dove può vivere una canzone oltre alle piattaforme musicali. Quando scrivo, però, cerco di dimenticarmi degli algoritmi, dei formati e della durata ideale di un contenuto. La canzone deve funzionare prima di tutto quando rimane da sola.
6. Guardando oltre questo singolo, che cosa stai cercando di costruire con GIOVAMI e quale sarà il prossimo passo di questo percorso?
Sto cercando di costruire un mondo che possa andare oltre le singole uscite. La musica rimane il centro, ma mi interessa che intorno possano convivere immagini, video, tecnologia, performance e tutto quello che può aiutarmi a raccontare meglio quello che ho in testa. Il prossimo passo sarà proprio portare sempre di più questa identità fuori dalle cuffie e darle una dimensione anche fisica e dal vivo.


