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Con “Kate Moss”, Giordano Di Marco torna a muoversi dentro quell’immaginario rock che ha segnato profondamente la sua formazione musicale. Il brano, pubblicato simbolicamente nel giorno del compleanno di Pete Doherty, guarda a un universo fatto di riferimenti culturali, attitudine punk e una visione critica del presente.

Tra ricordi di adolescenza, amplificatori al massimo e riflessioni sul senso più autentico della musica, l’artista racconta il percorso che ha portato alla nascita del singolo e dell’EP su cui sta lavorando.


L’intervista

“Kate Moss” esce nel giorno del compleanno di Pete Doherty: quanto l’immaginario rock inglese ha influenzato questo brano?

Il brano si è rivelato una citazione dopo l’altra. È la musica, i testi, i personaggi, le storie che più mi appassionano ed in un certo senso, più mi appartengono.


Nel raccontare questo progetto parli molto della tua adolescenza: cosa ti ha spinto a tornare proprio a quella fase della tua vita?

Leggerezza. Prima facevo più serate con band. E lì c’era poco spazio per esprimersi se non col corpo. Mi piaceva ricreare quell’atmosfera.


Nel brano e nell’EP sembra esserci un ritorno all’essenza del rock: amplificatori al massimo, energia e istinto. Era una scelta precisa?

La scelta che sento più nelle mie corde. La canzone nello specifico, fondamentalmente parla del fatto che trovo patetica la mercificazione di tutto. Per quanto mi riguarda, indossare una maglia con la scritta “Nirvana” senza conoscerne il significato è l’equivalente di indossarne una con la svastica.


Oggi guardi al tuo passato con più tenerezza: quanto è importante per un artista riconciliarsi con le proprie versioni precedenti?

Probabilmente vivevo in una sorta di ipnosi. Come se da un momento all’altro sarebbe successo qualcosa. E forse, qualcosa sarà anche successo ma magari ero troppo ubriaco e/o ingenuo per accorgermene. Ho tanti aneddoti. Non ho altra scelta che guardare tutto con tenerezza.