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Con Neon Dream, Galapaghost apre un nuovo capitolo del proprio percorso musicale, lasciandosi alle spalle alcune delle coordinate che avevano caratterizzato i lavori precedenti per esplorare un territorio più libero, stratificato e imprevedibile. L’EP, composto da sei brani e realizzato nell’arco di appena un mese, nasce infatti dal desiderio di seguire ogni intuizione senza imporre alla musica una direzione prestabilita. Tastiere, sintetizzatori, elementi folk, indie ed elettronici convivono così in un lavoro breve ma denso, capace di sorprendere fin dalle prime note con l’inquietudine ironica di Hide n’ Seek e di chiudersi con i 58 secondi di Happy Tears.

Dietro questa nuova fase, però, non c’è soltanto una ricerca sonora. C’è anche la consapevolezza di un artista che, dopo anni di musica, sente ancora il bisogno di mettersi in discussione, sperimentare e trovare nuovi stimoli. La collaborazione con l’amico Jasper ha mostrato a Galapaghost quanto il confronto con un altro musicista possa aprire possibilità creative inattese, mentre il presente, tra un bambino piccolo e un futuro artistico ancora da definire, lo porta ad accettare anche i tempi imprevedibili dell’ispirazione.

Abbiamo parlato con Galapaghost della genesi di Neon Dream, del rapporto con la sperimentazione, dell’importanza della sequenza dei brani e della voglia di collaborare, ma anche di ciò che ancora non sa dove lo porterà questo nuovo capitolo.

“Neon Dream” è la fine di una fase o l’inizio di una nuova direzione?

Con “Neon Dream” senti di aver chiuso definitivamente una fase del tuo percorso musicale o pensi che questo disco sia più l’inizio di una nuova direzione?

Se devo essere sincero, non lo so ancora. non lo so ancora. Da quando ho finito questo EP, a marzo, non mi è più venuta una grande ispirazione per scrivere nuova musica. Credo che il motivo sia semplice: in questo momento non so ancora quale direzione voglio prendere, né di cosa sento davvero il bisogno di scrivere.

Mi piacerebbe molto collaborare con qualcuno e intraprendere insieme quel percorso creativo. Penso che condividere quel viaggio con un’altra persona potrebbe portarmi in posti inaspettati. Il problema è che non ho ancora trovato la persona giusta.

In più, con un bambino piccolo in casa, il tempo libero è quello che è. Cerco di sfruttare ogni momento che ho, ma oggi devo anche accettare che la creatività ha bisogno dei suoi tempi e non sempre si può forzare.

Una nuova libertà in studio

Il disco sembra muoversi tra elementi folk, indie ed elettronici, con un approccio sonoro più stratificato rispetto ai tuoi lavori precedenti. Quanto è cambiato il tuo modo di lavorare in studio durante la realizzazione di queste sei tracce?

In realtà, in studio non è cambiato poi molto, a parte il fatto che questa volta ho preso in mano una tastiera invece della chitarra! La differenza più grande è stata l’approccio: ho deciso di seguire fino in fondo qualsiasi idea mi venisse in mente, anche la più strana, senza censurarmi.

Per esempio, i sussurri nella prima traccia, Hide n’ Seek, sono stati la prima idea bizzarra che mi è venuta, e incredibilmente funzionavano. C’era qualcosa di assurdo, inquietante, onirico, ma anche ironico. Era esattamente il tipo di atmosfera che volevo creare, senza prendermi troppo sul serio.

Volevo mettermi alla prova, certo, ma anche sfidare un po’ chi ascolta. È proprio per questo che ho scelto Hide n’ Seek come apertura dell’album. Spero che riesca a spiazzare chi la ascolta fin dai primi secondi, perché era esattamente questo il mio intento.

Sei brani, un’unica atmosfera

Un EP di sei brani lascia necessariamente fuori qualcosa. Ci sono canzoni, idee o temi che avevi iniziato a sviluppare e che alla fine hai deciso di non inserire in “Neon Dream”?

A dire la verità avevo anche altre idee, ma sentivo che non aggiungevano davvero nulla all’EP. Anche se dura meno di dodici minuti, mi piace pensare che i sei brani abbiano un’atmosfera molto coerente tra loro. Ogni tanto mi piace realizzare lavori brevi, ma che lascino un’impressione forte.

Ho scritto e registrato tutte queste canzoni nell’arco di un mese, una dopo l’altra, e credo che sia proprio questo ad aver dato loro quella coesione. Non hanno avuto il tempo di diventare troppo ragionate o costruite.

Cerco sempre di conservare l’energia delle prime demo, quel momento in cui le idee arrivano una dopo l’altra senza filtri. È lì che, secondo me, hai più possibilità di catturare qualcosa di speciale. Ed è anche il momento in cui finisco nei posti più interessanti dal punto di vista creativo, proprio perché non so ancora dove mi porterà una canzone.

Per questo cerco di non impormi troppe regole. Se parti dicendoti “non userò questo strumento”, oppure “ci deve essere un ritornello”, “un bridge” o “un assolo di chitarra”, hai già limitato tutte le possibilità. A me, invece, piace non sapere mai dove andrà a finire una canzone. È proprio questa incertezza che rende il processo così stimolante.

Pensare un EP come un percorso

Quanto conta per te l’ordine in cui vengono ascoltati i brani? Hai pensato a “Neon Dream” come a un percorso con un inizio, uno sviluppo e una conclusione oppure ogni traccia deve poter vivere anche autonomamente?

Sì, per me l’ordine dei brani è stato molto importante. Credo che quasi tutti i musicisti riflettano a lungo sulla sequenza delle canzoni in un album, e io non faccio eccezione.

Volevo che Hide n’ Seek aprisse l’EP proprio perché è il brano più distante da tutto quello che avevo scritto in passato. Mi piaceva l’idea di spiazzare subito chi ascolta e di fargli capire, fin dai primi secondi, che stava entrando in un mondo diverso.

Mi piace molto anche il passaggio finale di quella canzone: l’urlo improvviso che sfocia direttamente nei sintetizzatori della title track. È una transizione che, secondo me, funziona davvero bene e contribuisce a dare continuità all’ascolto.

Anche Happy Tears mi è sembrata la conclusione perfetta. È un brano di appena 58 secondi e contiene una sola frase: “don’t let it stop”. Mi piaceva che fosse proprio quello l’ultimo messaggio dell’EP.

Il valore del confronto

Dopo tanti anni di musica e diversi progetti alle spalle, c’è qualcosa che oggi fai diversamente rispetto a quando hai iniziato, soprattutto nel modo in cui scegli quali idee trasformare in una canzone?

Di solito scrivo tutta la mia musica da solo, quindi devo trovare continuamente nuovi modi per restare ispirato. Cerco di cambiare ambiente, scrivo in posti diversi e in momenti diversi della giornata, compro uno strumento nuovo o provo approcci completamente differenti. Non potendo confrontarmi ogni giorno con altri musicisti, devo essere io a creare gli stimoli di cui ho bisogno.

Con questo EP, però, è andata diversamente. La collaborazione con il mio migliore amico, Jasper, è stata davvero speciale e mi ha portato in una direzione musicale che da solo probabilmente non avrei mai esplorato.

Quell’esperienza mi ha fatto capire quanto possa essere preziosa la collaborazione. Mi piacerebbe farne molte di più, perché credo che lavorare con altre persone possa aprire porte creative che, da solo, forse non riuscirei mai a trovare.

E adesso?

Adesso che “Neon Dream” è finalmente fuori, qual è la cosa che ti interessa di più scoprire: come verrà accolto dal pubblico, come cambierà la tua musica dal vivo o semplicemente quale sarà il prossimo capitolo che nascerà da questo disco?

Sono una persona che sente il bisogno di mettersi continuamente alla prova, di esplorare territori nuovi e di inseguire ciò che ancora non conosce o non riesce a spiegare. Ho un mondo interiore molto ricco e la musica è il modo più naturale che conosco per dare forma a emozioni che, spesso, sono difficili perfino da descrivere.

La cosa più bella è che, dopo tutti questi anni, provo ancora lo stesso entusiasmo di quando ero adolescente. Scrivere, registrare, scoprire dove mi porterà una nuova canzone… continua a emozionarmi come allora.

Per me la musica è, semplicemente, magia.