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Con “Sister Gone”, i Fujiiro costruiscono un universo sospeso, intimo e stratificato, in cui l’assenza diventa materia narrativa e sonora. Il brano si muove come una preghiera laica, un’invocazione rivolta a una figura indefinita che prende forma tra suggestione e immaginazione, oscillando tra musa, divinità e presenza sfuggente.

 

Dal punto di vista musicale, la traccia si sviluppa attraverso un percorso dinamico e in continua evoluzione: dall’apertura ipnotica e rarefatta, sorretta dal dialogo tra due voci e da una tessitura delicatamente sudamericana, fino a un’espansione più ampia e onirica, in cui beat e synth guidano l’ascoltatore verso territori new wave. Il contrasto tra momenti intimi e aperture ritmiche più incisive diventa così uno degli elementi centrali della scrittura, rafforzato da una componente quasi tribale nella seconda parte del brano.

 

Ne emerge un’identità sonora che rifugge l’immediatezza per privilegiare profondità e costruzione, in cui ogni scelta – dalla doppia voce alle stratificazioni timbriche – contribuisce a creare un racconto complesso e immersivo.

 

In questa intervista per MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti, i Fujiiro raccontano la genesi di “Sister Gone”, le influenze che attraversano il loro immaginario e il valore di un approccio artistico che mette al centro coerenza espressiva e libertà creativa.

 

In un panorama indie spesso orientato all’immediatezza, “Sister Gone” punta su atmosfere e profondità: è una presa di posizione?

Ci viene spontaneo, purtroppo (o per fortuna)! Quindi non c’è stata una premeditazione di questo tipo in fase creativa. Tutto il nostro disco fa assaggiare diversi momenti “pop” sparsi in qua e là, ma non ci sono strutture immediate. In un certo senso, la razionalizzazione viene dopo aver composto e chiuso tutto, e allora guardandoci indietro ci rendiamo conto che forse sì, è una spontanea presa di posizione. Così è stato. E per il prossimo album, chissà…

 

Il vostro sound mescola suggestioni diverse senza risultare derivativo: quali sono le influenze che sentite davvero vostre oggi?

Il cammino per la composizione di questo album è stato lungo, le suggestioni e i cambiamenti sono stati tanti. Gli ascolti sono svariati: King Gizzard and the Lizard Wizard, Slowdive, Beck, Verdena, Tom Waits, C.S.I.. Anche la settima arte, il cinema, ci ha influenzato molto. Siamo molto fan di David Lynch, ad esempio.

 

La doppia voce rompe una narrazione lineare: è un modo per superare il classico formato cantautorale?

E’ stato un modo per rendere il brano più seducente e meno “scontato” da un punto di vista del soggetto narrante. Il tema della dualità e dello “specchiarsi” è molto presente in tutto il nostro album, così come nel video di questo brano e così come nella scelta delle due voci. 

 

Il contrasto tra parti rarefatte e spinte più ritmiche è molto netto: cercate tensione o equilibrio?

Nella vita cerchiamo equilibrio passando per oscillazioni molto ampie, da momenti di forte tensione a momenti di distensione totale, cercando nell’intercapedine qualche momento illuminato. Così è il brano e così sarà il disco. 

 

Quanto è importante per voi restare “indipendenti” anche nelle scelte estetiche, oltre che produttive?

Per noi è importante che il racconto sia efficace in tutte le sue forme, sonore ed estetiche. A proposito dell’influenza cinematografica, l’immagine, nella luce e nell’ombra, per noi è molto rilevante, sia nella sua assenza che nella sua presenza. Più che indipendenza, a questo proposito, cerchiamo di essere rispettosi dell’idea che vogliamo portare avanti più che di noi stessi, con i mezzi che abbiamo a disposizione.