Con 3, ERBOMB firma un lavoro che si muove su un equilibrio instabile ma estremamente controllato tra memoria e costruzione, istinto e rifinitura. Un EP che non si limita a mettere insieme influenze, ma le stratifica fino a farle diventare un linguaggio unico, dove elettronica, immaginari hard rock e pulsioni sperimentali convivono senza mai annullarsi a vicenda.
Alla base c’è un percorso lungo, fatto di ascolti, concerti e attraversamenti di scene molto diverse: dal metal dei Pantera e dei Fear Factory, alla club culture elettronica di Aphex Twin e Kraftwerk, passando per l’hip-hop, i centri sociali e le colonne sonore. Un bagaglio che non viene citato come semplice referenza, ma rielaborato come materia viva, capace di generare brani che nascono da intuizioni personali e si definiscono nel tempo attraverso un lavoro di sottrazione e cesello.
In questa intervista, ERBOMB racconta proprio questo processo: la costruzione “in cammino” del disco, il dialogo tra chitarra e elettronica, il rapporto tra progetti paralleli e identità artistica, fino alla domanda più ampia sul senso stesso del creare fuori dagli schemi.
1. “3” è costruito come un concept molto compatto, fatto di richiami sonori e dettagli nascosti: quanto è stato pianificato questo intreccio in fase di scrittura e quanto invece è emerso in modo spontaneo durante la produzione?
R. L album si è sviluppato cammin facendo mentre le idee che avevo prendevano forma. Mi piace comunque soprattutto in fase di post-produzione fermarmi e lavorare ai piccoli dettagli. La spontaneità poi è un elemento che arriva naturalmente quando ogni singolo brano piano piano si sviluppa, arrivano degli input sui possibili arricchimenti o cesellature.
2. Nel disco si percepiscono suggestioni legate a immaginari hard rock e metal, filtrate però attraverso un linguaggio elettronico: che rapporto hai con queste influenze e in che modo hai lavorato per integrarle senza perdere coerenza stilistica?
R. Tutto è nato da un bagaglio di musica ascoltata nel tempo e di concerti visti. Tra il 1999 e il 2008 ho visto tantissimi concerti, vivevo a Firenze e da lì mi spostavo a nord e sud. Riguardo al metal/hard rock e simili ricordo i Pantera, i Rage Against the Machine, i Primus, gli AC/DC, i Tomahawk, gli Overkill e gli Annihilator per esempio. Poi però andavo anche ai rave dove c’era la musica elettronica e alle serate nei centri sociali, ma anche a concerti di progetti famosi come Aphex Twin, i Kraftwerk, gli Asian Dub Foundation e i Depeche Mode. Tutto questo, unito alla mia spinta creativa, ha creato terreno fertile per l’EP. Per fare un esempio su come ho sviluppato i brani cito la track “Dino”, dedicata a Dino Cazares, chitarrista dei Fear Factory; avevo visto un loro concerto in un locale in zona Bologna nel 2000 che mi ha folgorato, mi è rimasta impressa la sua energia sonora e ho cercato di fonderla con un’idea di brano mio. Questo è un esempio per rendere l’idea di come un brano possa nascere e svilupparsi. Poi ho cercato di rendere tutti i brani coerenti continuando ad ascoltarli con pazienza e immaginando come unirli, o meglio come creare un filo conduttore.
3. La tua formazione nasce dalla chitarra, anche in ambito fingerstyle, ma il progetto Erbomb si muove in territori fortemente elettronici: come dialogano oggi questi due aspetti nel tuo processo creativo?
R. È una delle parti che reputo fra le più interessanti del progetto. Dialogano in modo democratico e rispettoso; alla fine però quello che conta è il suono che esce che è una cosa sola.
4. Nel corso degli anni hai attraversato contesti molto diversi, dall’hip-hop alle colonne sonore fino ai progetti più sperimentali: in che modo queste esperienze hanno contribuito a definire l’identità sonora di “3”?
R. Le collaborazioni o i contesti dove sono co-autore sono un elemento del mio percorso artistico cui tengo molto. Penso al progetto Shelf per esempio o a tutte le altre collaborazioni che ho avuto in passato; ognuna ha richiesto e richiede un impegno dedicato specifico; perciò non riesco bene a collegarle a ciò che faccio col progetto Erbomb, dove c’è una dimensione sonora completamente diversa.
5. Il progetto Erbomb sembra muoversi costantemente “fuori dagli schemi”, ma allo stesso tempo mantiene una forte coerenza estetica: per te è più importante sorprendere o costruire un linguaggio riconoscibile nel tempo?
R. Nessuno dei due. Per me è importante sviluppare e dare spazio alla mia creatività, questo è lo scopo di questo progetto, non ci deve essere nessuna forzatura, è pura passione; poi se il fruitore rimane sorpreso o vede altri elementi ben venga.




