Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra premiare più della profondità. Giulia Vestri sceglie quindi una strada diversa per il suo nuovo album “E non è tardi” , che costituisce una riflessione lucida e poetica sul nostro tempo, un invito a rallentare e ad ascoltare ciò che accade dentro e fuori di noi. Attraverso canzoni che parlano di senso della vita, relazioni, tecnologia e fragilità umana, la cantautrice toscana costruisce un percorso che si muove in controtendenza rispetto all’urgenza contemporanea e che rivendica il valore dell’attesa, della consapevolezza e dell’autenticità.
Il titolo “E non è tardi” sembra quasi una presa di posizione culturale. In quale momento hai sentito l’esigenza di affermare questo concetto?
L’esigenza nasce quando ci si guarda intorno e si vede un mondo che corre ad oltranza, dove tutto sembra scadere frettolosamente. “E non è tardi” è una risposta al senso di urgenza e di scacco che spesso la società o l’età ti impongono. C’è un momento preciso in cui capisci che le emozioni e la necessità di creare qualcosa non hanno una scadenza: che sia notte fonda o mattina presto, finché c’è la traccia di un’emozione nell’anima, non è mai tardi per darle vita.
Scrivi che “la vita è un compromesso fra la gioia e la ragione”. Hai voglia di parlarci meglio di questa riflessione?
Questa riflessione (che si trova nel brano “Il più che si fa meno”) nasce dall’osservare come ci dividiamo costantemente tra l’istinto profondo di cercare la felicità — la gioia — e i paletti che la mente e la realtà spietata ci mettono davanti ogni giorno. Passiamo il tempo a fare giravolte sul passato o a calcolare compromessi quotidiani. La gioia è improvvisa come un fulmine che ti scoppia tra le mani, mentre la ragione cerca di controllarla, di razionalizzare il disordine. Vivere significa proprio stare in mezzo a questa tensione, accettando che le cose cambino anche per caso sotto il nostro naso.
La tua sembra essere una forma di osservazione lenta della realtà. Quanto spazio ha la contemplazione nella tua quotidianità?
Ne ha tantissimo, perché io non suono uno strumento, io scrivo: per me la parola nasce dallo stare fermi a guardare. In un mondo-villaggio globalizzato in cui tutti corrono in modo convulso con la testa dentro i cellulari, io cerco di restare un passo di lato. Contemplare significa sedersi su una panchina a guardare un sole sfatto, ascoltare il silenzio, muoversi con calma per fare chiarezza. È l’unico modo che conosco per ritrovare lo sguardo sulle cose e non perdere la poesia.
In “Orizzonte laconico” affronti il tema della morte con ironia e leggerezza. Da dove nasce questo sguardo?
Nasce dal bisogno di non prendersi troppo sul serio, persino davanti alle cose inevitabili. Scrivo che “morire è un trasloco, con o senza un Dio in gioco” perché, in fondo, fa tutto parte dello stesso viaggio. Se guardiamo alla vita con un pizzico di ironia tragicomica, anche l’orizzonte più laconico o spaventoso può essere affrontato con coraggio. Ironizzare sulla fine è un modo per alleggerire il presente e ricordarsi che vivere, dopotutto, è anche ridere per meno di niente.
Hai mai avuto la sensazione di essere “fuori tempo” rispetto alle logiche del mercato musicale attuale?
Sì, costantemente, ed è una dimensione che rivendico. Oggi le canzoni vengono chiamate “pezzi”, come fossero ingranaggi di una catena di montaggio o merce frettolosamente scaduta. Il mercato chiede sogni tutti uguali e copioni già scritti, mentre io preferisco frequentare la vita con la pioggia e con la tempesta, cercando una verità che sta nelle piccole cose. Non mi interessa correre la gara del mercato; mi interessa che nell’anima resti una traccia autentica.
Se dovessi riassumere il messaggio dell’album in una frase da lasciare a chi lo ascolterà, quale sarebbe?
“Viviamo allora con la consapevolezza che il mondo può andare in confusione, ma finché esistiamo possiamo inventarci un po’ di gioco, resistere e tenere duro.”


