C’è un confine che separa gli Stati e uno, spesso più difficile da attraversare, che divide le persone dai propri pregiudizi. In Sorriso*, romanzo d’esordio di Diego Pani, entrambi convivono nelle strade di Ventimiglia, città sospesa tra partenze e approdi, dove le vite si sfiorano ogni giorno senza mai essere davvero semplici.*
Al centro della storia c’è Obafemi, soprannominato da tutti “Sorriso”: una presenza che resta volutamente sfuggente, ma che finisce per modificare profondamente lo sguardo di chi gli vive accanto. Lontano dalle narrazioni più stereotipate sul tema della migrazione, Pani sceglie di raccontare la quotidianità, le relazioni, le ambiguità e le contraddizioni di un territorio di frontiera, trasformando Ventimiglia in un protagonista silenzioso ma imprescindibile.
Cantautore con il progetto Amado e ora al suo debutto nella narrativa, Diego Pani ci ha raccontato la genesi del romanzo, il rapporto tra musica e scrittura e il desiderio di restituire, attraverso la letteratura, un ritratto autentico di un luogo tanto complesso quanto profondamente umano.
Ventimiglia non è soltanto uno sfondo, ma sembra diventare un personaggio vero e proprio. Come hai lavorato per trasformare una città di confine in uno spazio capace di raccontare emozioni, contraddizioni e rapporti umani?
Diego Pani: La città di frontiera è forse l’unico vero personaggio del libro e contiene tutti gli altri. Il lavoro svolto per dare forma al suo carattere è stato di pura trascrizione di ciò che sta intorno a me, così come anche dentro di me, in quanto cittadino di questo luogo complesso.
Obafemi, che tutti chiamano “Sorriso”, rimane in parte un enigma per tutto il romanzo. Ti interessava costruire un protagonista che fosse definito più dagli effetti che produce sugli altri che da ciò che racconta di sé?
Diego Pani: Anche in questo caso, avendo avuto modo di conoscere Obafemi e tanti altri come lui, sono stato fedele a ciò che ho imparato del loro carattere e del loro modo di stare insieme a noi “indigeni”.
Nel libro convivono ironia, leggerezza e momenti molto duri. Quanto è stato importante evitare una narrazione retorica della migrazione e preferire invece quella delle relazioni quotidiane, delle piccole scelte e dei legami che nascono quasi per caso?
Diego Pani: Tra gli intenti del libro c’è la volontà di dare un punto di vista diverso sulla questione, scevro da buonismo radical chic quanto dal populismo più becero. La focalizzazione interna è stata lo strumento che ha reso possibile ciò: lo sguardo di un gestore locale, senza grande passione politica, senza grandi idee, stanco, egoista, ma umano nella giusta misura.
Prima di questo esordio narrativo sei conosciuto anche come cantautore con il progetto Amado. Hai ritrovato nella scrittura del romanzo un ritmo o un modo di raccontare che arriva direttamente dalla musica, oppure hai sentito il bisogno di cambiare completamente linguaggio?
Diego Pani: Ho scelto di scrivere solamente perché la forma canzone, in questo momento, non è quella che mi permette di esprimermi al meglio. Non escludo il ritorno.
Alla fine di Sorriso resta la sensazione che le frontiere più difficili da attraversare non siano soltanto quelle geografiche, ma anche quelle interiori. È questo il messaggio che speri rimanga ai lettori una volta chiuso il libro, oppure c’è un’altra domanda che vorresti lasciargli?
Diego Pani: Non sono sicuro di avere grandi messaggi da condividere. La mia scrittura, in Sorriso, tenta forse, al limite, di unire il piacere della letteratura a un fine più documentaristico su questo pezzo di mondo.


